Showing posts with label War. Show all posts
Showing posts with label War. Show all posts

Sunday, August 26, 2007

Europa distraída.

Hace poco más de cuatro meses, publicábamos en estas páginas una entrevista con el filósofo André Glucksmann, acerca de la guerra de Iraq y sus posibles consecuencias para Europa. En ella decía: «Europa, distraída, parece mirar hacia otra parte. Me recuerda a aquellas personas que, ante un gran peligro, deciden dormir. Es la guerra la que mira hacia aquella civilización, y medita hacerla explotar en mitad de su sueño, a golpes de terrorismo y de bombas humanas». Sus palabras cobran hoy una trágica actualidad; tres días después de los atentados de Madrid, el diario italiano Avvenire publicaba la entrevista que recogemos con el pensador francés

El 11 de septiembre reveló la existencia del terrorismo islámico como la nueva forma del nihilismo. El 11 de marzo, ¿qué ha supuesto, según su opinión; y a quién se ha debido?

Los asesinos materiales, sean de ETA o de Al Qaeda, es competencia de la policía española establecerlo. Lo que encuentro inquietante es que durante algunos días se estuviese pensando acerca de esta doble posibilidad; esto supondría que un terrorismo nacionalista como es el de ETA y un terrorismo de matriz religiosa como es el terrorismo islámico dispondrían de una capacidad, modus operandi, y una ferocidad idénticas, tanto como para hacer posible ambas hipótesis. Esto significa que, quienquiera que haya sido el responsable de los atentados de Madrid, se trataría de una formación sanguinaria, para la que el 11 de marzo supone un verdadero 11-S europeo.

Sin embargo, el terrorismo no ha nacido el 11-S. ¿Cuál es la novedad?

Cierto; el terrorismo, esto es, la agresión contra civiles indefensos, tiene más de un siglo. El nihilismo "para el que todo está permitido: matar, incendiar, destruir..., cualquier cosa menos hacer tabla rasa" lo recogía ya Dostoievski en su libro Los demonios, de 1871, pero se trataba de un fenómeno localizado. Hoy, en cambio, asistimos a una planetarización del fenómeno. Abdul Qadeer Khan, el científico paquistaní que realizó las primeras experimentaciones nucleares en su país, ha procurado material nuclear a Corea del Norte. Estamos frente a una internacionalización del terror, que se expande abatiendo fronteras: ésta es la novedad del tercer milenio.
Cualquiera podría replicarle que, si la responsable del atentado de Madrid es ETA, nos encontraríamos con un suceso de proporciones enormes, pero de origen local y matriz nacionalista.

También en este caso, el método utilizado por los terroristas vascos constituiría una novedad con respecto a su actividad anterior. Es imposible no ver, en un atentado que ha causado más de 200 muertos y miles de heridos, la caída de un tabú cultural acerca del uso de la violencia. ETA ya ha matado con anterioridad, pero nunca de este modo, con estas proporciones. Si hubiera sido ETA, significa que en el interior de esta organización todos los códigos de comportamiento han saltado. Significaría que ETA se ha contagiado del nihilismo que impera en el terrorismo islámico. El corazón del terrorismo islámico está, sin más, en el deseo de destrucción, del puro caos. Ésta es, como he dicho, la nueva forma de nihilismo que ha aparecido en la Historia.

¿Pero dónde está la raíz de esta epidemia?

Creo que el origen está en la pérdida de la conciencia del mal, un olvido colectivo del mal. Un dato común a todas las confesiones religiosas ha sido siempre la oración contra el mal, el deseo de mantenerse protegido del mal. Esta situación está cediendo, sobre todo en ciertas áreas geográficas del mundo donde hay guerra; allí crecen generaciones completamente privadas de estos códigos. Una vez pregunté a un adolescente de Grozni: «¿Sabes que no se debe matar?»; y me respondió: «¿Y por qué no?» Yo continué: «¿Sabes que poniendo una bomba en un mercado podrías asesinar a tu madre?» Y, aun así, esta idea le resultaba al muchacho indiferente. Aquel joven ya estaba preparado para hacer cualquier cosa.

Después del 11-M, ¿tiene Europa razones para tener miedo?

Desgraciadamente, sí. No es la misma que el 10 de marzo. Es un buen signo, sin embargo, ver aquellos once millones de personas, un pueblo entero de españoles saliendo a la calle, con fuerza y valentía. Una reacción de gente viva, que no se arredra.

También los pacifistas ocupaban las calles de Europa hace unos pocos meses. ¿Qué cabría decir al movimiento pacifista hoy en día?

Habría que preguntarse si no es el momento de realizar un examen de conciencia. Madrid está desgarrada; París está en un nivel de alarma sólo un punto por debajo del máximo, ¿y todavía es posible creer que no tenemos un enemigo, que basta decir: No a la guerra, con una bandera multicolor en la mano, para poder dormir en paz todas la noches?

Marina Corradi

Intervento di André Glucksmann all’incontro con Khalida Messaudi svoltosi a Strasburgo nel novembre 1997.

André Glucksmann: un nuovo crimine contro l’umanità.

Credo che noi dovremmo cercare di capire la solitudine degli algerini in Europa, e di Khalida in Francia, perché ci riguarda e ci accusa. Credo che sia la stessa solitudine che provò mia madre quando arrivò in Francia nel 1938. Mi raccontava che i rifugiati provenienti dalla Germania e dall'Austria, che dovevano fare nelle Prefetture I documenti per l'immigrazione, si scontravano con un'incomprensione totale da parte dei funzionari francesi. Ma lo sappiamo, l'inno nazionale all'epoca recitava: “tutto va bene, madama la marchesa". La solitudine delle persone che soffrivano nel proprio paese e che all'arrivo in Francia non erano assolutamente comprese, è la stessa che oggi provano tanti profughi, tanti esuli entrando in Europa. E' la stessa solitudine che per interi decenni hanno provato in Europa occidentale i dissidenti dell'Europa dell'est. Erano addirittura spaventati dall'incomprensione della brava gente di qui e dalle ingiurie di un certo numero di intellettuali un po' troppo partigiani. La stessa solitudine l'abbiamo vista sul viso di altri democratici all'epoca della guerra in Jugoslavia. E' vero che le manifestazioni di Algeri di questi giorni, di cui la stampa tace, sono sicuramente meno affollate di quelle recenti di Belgrado che sono state seguite dalla stampa. Ricordiamoci però che ci furono altre manifestazioni a Belgrado, nel 1991-92, quando poco mancò che gli studenti facessero cadere Milosevic, manifestazioni che si svolsero nel silenzio gelido di stampa e istituzioni europee. Oggi sappiamo qual è stato poi il prezzo di quel mancato sostegno ai democratici di Belgrado: la guerra in Jugoslavia, una guerra che è finita solo "con lo sbarco" degli americani.

Credo che noi siamo vittime del nostro stesso silenzio. Quando, davanti all'Algeria, l'Europa non dice nulla, non fa che demoralizzare se stessa.

In questa occasione vorrei dire quali iniziative, a mio avviso, si potrebbero prendere. La prima è chiamare per nome quel che succede. Quelli che hanno luogo sono crimini integralisti islamisti. Il fatto che si compiano con la complicità di chi, esercito e governo, potrebbe impedirli e non lo fa, non rende meno esatta l'attribuzione di responsabilità. E’ un tipo di crimine che si va estendendo e che presenta aspetti di novità impressionanti. Certo, la storia ci dice che noi conosciamo crimini di questo genere. Ci ricordiamo che Franco, per Instaurare il fascismo in Spagna, si richiamava a Cristo Re; sappiamo che nella nostra storia ci sono state le guerre di religione e che nella notte di San Bartolomeo i protestanti furono sgozzati in nome dell'unità del regno cristianissimo. Quello fu un crimine d'amore di Dio. Ciò nonostante in quello che sta avvenendo ci sono caratteristiche nuove. In primo luogo, il crimine è dimostrativo, non ci si nasconde dopo averlo commesso, ma lo si rivendica apertamente. Quando Hitler fece i campi, li fece "nacht und nebel", di notte e con la nebbia, senza farli vedere. Quando Stalin fece assassinare Trotzky o le migliaia di ufficiali polacchi a Katyn, non rivendicò il proprio crimine. In secondo luogo, questi nuovi crimini presentano un simbolismo religioso. Tagliare il dito vuoi dire Impedire al morto di entrare paradiso. Tagliare a pezzi un bambino è un messaggio al popolo del Libro per significare l'inversione del sacrificio di Abramo, quando Dio cambiò il figlio con un montone. Qui l'assassino ci dice: “Io trasformo il montone in bambino". E' un messaggio psicologicamente terrorizzante ai popoli dei Libro. Infine tale crimine porta in sé una specie di razionalità apocalittica: la distruzione è il mezzo per prendere il potere, sulle anime col terrore e nelle città col disordine. Certo, non è soltanto un crimine islamista: ci sono fanatici di altre religioni che potrebbero commetterlo. E’ successo non molto lontano dalla tomba di Abramo, quando un ebreo ha ucciso tanti musulmani sparando loro alla schiena mentre erano in preghiera. E naturalmente non possiamo nemmeno pensare che sia un crimine che coinvolga l'islam nel suo complesso. Alcuni teologi del Cairo hanno detto: "E' blasfemo invocare Dio per tagliare un bambino a pezzi". Ora, questo crimine teologico-politico, questo modo di uccidere In nome di giustificare il massacro delle popolazioni come un'offerta a Dio, merita di essere isolato in quanto tale e di essere caratterizzato, allo stesso modo dei crimini razzisti, come crimine contro l’umanità, perseguibile per sempre perché non può esserci prescrizione per un tale orrore. Credo che l'Europa abbia fatto, nella sua storia e in questo secolo in particolare, una sufficiente esperienza dell’orrore per poter affermare che non si potrà riportare la pace laddove le persone sono state trucidate in tal modo senza che questa operazione abbia a fondamento il rigetto definitivo, di principio, di tali crimini da parte di tutte le parti causa e la definizione di ciò che deve essere assolutamente interdetto. E' questa la condizione necessaria per un negoziato in Algeria. Non c'è nulla di rassicurante nel fatto che il Fis proclami una tregua nelle operazioni militari, quando queste consistono nel fare strage di bambini. Una tregua non è che una tregua! Non ci sarà pace in Algeria se tutte le autorità morali e religiose, tutti i partiti politici, e in particolare quelli che si richiamano all'islam, non condanneranno definitivamente, una volta per tutte urbi et orbi, questi crimini contro l'umanità. Restare in silenzio, al contrario vorrà dire per l'Europa dare le dimissioni da se stessa, dalla sua storia, dal suo pensiero.

Riguardo poi all'esigenza di capire quali iniziative concrete possiamo intraprendere a favore dell'Algeria, credo dovremmo innanzitutto seguire il consiglio di Khalida di riuscire a contare fino a tre, non solo fino a due. E’ un consiglio che vale adesso per l'Algeria, ma che ieri valeva per i dissidenti. Ricordatevi di Stalin quando chiese: "Quante divisioni ha il Papa?". Anche lui sapeva contare solo fino a due: gli americani avevano le loro divisioni, i sovietici anche, il papa non aveva divisioni. E neanche il sindacato Solidarnosc aveva divisioni, neanche Vaclav Havel aveva divisioni, era uno scrittore e aveva solo un portapenne. Ebbene, quel calcolo di Stalin e dei suoi successori, che fu anche, per lungo tempo, quello delle cancellerie occidentali, era un calcolo da imbecilli. A far cadere l'impero sovietico non sono stati solo gli Stati Uniti, ma anche i Sacharov, i Solzenicyn, i dissidenti dell'est, tutti coloro che per tanto tempo furono solo oggetto dei disprezzo dei dittatori sovietici e non solo di loro. Anche Giscard d'Estaing li considerava meno di niente. Impariamo a contare fino a tre, insegniamo agli altri a contare fino a tre e allora sapremo cosa fare. In Algeria non ci sono solo gli islamisti terroristi e l'esercito corrotto, c'è anche una società civile che cerca di vivere: insegnanti che vogliono insegnare, cantanti che vogliono cantare, giornalisti che vogliono scrivere e medici che vogliono operare e ricevere libri dall'Occidente senza problemi. E ci sono donne che vogliono passeggiare senza velo, ci sono tanti algerini che vogliono vivere civilmente in una società dove non si possa uccidere a ogni angolo di strada. Sono loro che dobbiamo sostenere.

Ha ragione Khalida a sentirsi sola? Purtroppo sì. Quando un consigliere municipale è stato assassinato mentre era tenuto in ostaggio, tutti i paesi Baschi e tutta la Spagna sono scesi in strada; lo stesso è successo in Belgio per alcuni crimini di pedofilia assolutamente orribili; quando in Algeria otto maestre sono state sgozzate davanti al loro alunni su Le Monde sono comparse solo cinque righe. E' impossibile non concludere che in Europa usiamo due pesi e due misure. Consideriamo normale per l'Algeria ciò che non accetteremmo mai per I’Europa. Diamo delle spiegazioni per gli algerini che non daremmo mai per gli europei. Immaginatevi che in Europa un sociologo spieghi: "Sì, sì, d'accordo, fanno a pezzi i bambini, ma la ragione è che sono disoccupati, oppure "perché è stati interrotto il processo elettorale. In realtà sappiamo benissimo che sul nostro pianeta i paesi in cui non c'è una democrazia regolare sono la maggioranza e sappiamo anche che non dappertutto vengono commessi questi crimini contro l'umanità. Quindi la spiegazione secondo cui sarebbe normale che si uccidano i bambini e si sventrino le donne poiché c’è la disoccupazione o perché il governo è corrotto e trucca le elezioni rivela solo che si considerano gli algerini allo stesso modo in cui a suo tempo li consideravano i colonialisti francesi, cioè bougnouls [termine che significa "nordafricani" ma con una forte carica spregiativa, ndr]

Siete l'Italia dei bastian contrari.

Un grande filosofo giudica il nostro paese.

Prima il no al mandato di cattura europeo. Poi una politica estera per fare affari. Dopo l' 11 settembre.

Di Andre' Glucksmann.

Da L'Espresso del 7 febbraio 2002.
Per Gentile concessione della Redazione.

L'Italia e' il paese piu' simpaticamente paradossale del pianeta.
Immancabilmente, quando la sua popolazione, di qualsiasi estrazione sociale, dice sì, l’élite politica, dice no. Oggi l’italiano comune merita il primo premio per l’integrazione europea, dal punto di vista del dinamismo economico come da quello dell’apertura culturale, della tolleranza, dell’eleganza e della cortesia. Da tutta Europa si viene a Roma, Napoli e Firenze, come un tempo, per apprezzare indispensabili lezioni di saper vivere. Di contro, l’italiano “impegnato”, dall’estrema destra all’estrema sinistra, sembra incredibilmente sfasato, fuori rotta, come se vi fosse una sorta di contraddizione.

Come filosofo, ho reagito con entusiasmo quando è iniziata l’operazione Mani pulite. L’italia ha indicato la via della correttezza dopo i manicheismi della Guerra Fredda e tutte le altre democrazie europee hanno seguito più o meno l’esempio dei suoi giudici esaminando con maggiore attenzione gli “affari” e i compromessi dei politici. La contraddizione cui ho accennato aveva un aspetto trionfante. Far pulizia era necessario, di vitale importanza.
Il Giappone, dove non vi è stata un’operazione come Mani pulite,
ha subìto conseguenze non solo morali, ma anche economiche molto gravi.
Ma per quanto pensassi che si trattasse di una cosa necessaria,
la fiducia nell’operazione dipendeva dall’azione dei giudici, i quali non sono infallibili.Oggi, tenuto conto dell’estrema globalizzazione dei circuiti finanziari, del ruolo internazionale assunto dalle organizzazioni mafiose, soprattutto di quelle russe e dei “petrodollari sospetti”, per combattere le reti che alimentano il terrorismo ci vorrebbe un’operazione Mani pulite senza frontiere, estesa su scala planetaria. L’Italia ha mostrato l’esempio al resto dell’Europa e del mondo, ma sembra ignorarlo. Mani pulite deve uscire dal suo provincialismo italico.

Sempre la stessa contraddizione. Quando, tra il frastuono delle Torri Gemelle squarciate, gli antiglobal di tutti i paesi mettono il silenziatore al loro antiamericanismo assoluto,
solo i militanti italiani osano sfilare senza complessi, in parecchie centinaia di migliaia, contro i bombardamenti americani sull’Afghanistan. E quando, per le esigenze della lotta contro Al Qaeda, a Bruxelles si decide finalmente di introdurre un mandato di cattura europeo per facilitare la collaborazione di giudici e inquirenti su scala comunitaria, solo il governo italiano frena bruscamente. Come se, per le teste pensanti della penisola, l’11 settembre non fosse accaduto niente.

Primato dell’economia, annuncia Silvio Berlusconi autoassegnandosi il ministero degli Esteri, la cui preoccupazione principale sarà ormai quella di promuovere le imprese italiane sul mercato
mondiale. Rispondendo così, con dieci anni di ritardo, al leitmotiv della "fine della storia", ovvero dei conflitti e delle tragedie.
Alla luce degli eventi dell’11 settembre, persino Fukuyama, colpevole di questo delirio, deve moderare l’euforia di questa visione idilliaca e riconoscere che i pericoli - dell’integralismo islamico
o di altra natura - non svaniscono automaticamente con l’estensione e l’intensificazione degli scambi internazionali.
Aerei di linea vengono trasformati in mezzi di distruzione di massa?
Crollano grattacieli che seppelliscono sotto le loro macerie quasi 4 mila persone? Una buona metà della popolazione mondiale applaude, non solo nei paesi arabi, ma anche in Sudamerica e in Cina, e persino nelle periferie delle nostre città e non soltanto tra i musulmani. È il problema dei problemi, per l’intero secolo che è iniziato. Salvo per la diplomazia italiana, tutta presa ormai dagli affari.

Ma non crediate che gli antiberlusconiani siano più avveduti.
Proponendo la Tobin-tax come magico rimedio ai mali del mondo, sono vittime di un’analoga illusione? Mettendo anch’essi l’economia al primo posto, credono che basti applicare le loro ricette per assicurare la pace urbi et orbi. Come se il petromiliardario Bin Laden fosse il rappresentante dei figli della miseria, o l’esercito russo che massacra la popolazione civile in Cecenia non fosse incoraggiato dal silenzio degli antiglobal e finanziato dai crediti concessi a Mosca da Bruxelles.

Questa è la vera corruzione, quella del cuore e della mente, madre di tutte le altre, che favorisce tutti i maneggi, le prevaricazioni e i riciclaggi di denaro sporco. L’Europa è un gigante economico, ma un nano politico. A sud del Mediterraneo come a est della Polonia si profila la minaccia di un caos che essa occulta con cura.
Di fronte a questi pericoli, il nostro disimpegno è generale,
e la classe politica italiana ha soltanto il merito di metterlo in evidenza senza infingimenti, gettando la maschera.

Traduzione di Mario Baccianini.

France's Five Cardinal Sins Over Iraq

By Andre Glucksmann

International Herald Tribune | February 26, 2003

PARIS --The usual trans-Atlantic spats are growing into a full-blown divorce.
It is time everyone swept off his own doorstep and closely examined his government's responsibilities. In my view, Paris has committed five cardinal sins.

1. Demolition. Responding to the eight-plus-10 European states that have sided with the United States, President Jacques Chirac sealed an "alliance for peace" with President Vladimir Putin of Russia on Feb.10. In so doing, he revived in Central Europe the harsh memory of three centuries spent in the shadow - or under the heel - of the Russian "big brother."

With the European community divided and NATO splintering, the Franco-German duo calls itself "Europe" and says it speaks for 25 nations, but represents only three (thanks to Belgium).
The "old European" couple criticizes American "arrogance" and "unilateralism," compliments that can easily be turned back on them. Is there a more insane way to saw off the branch you're sitting on? Is there a less productive path to European unity?

2. Moral scandal. The French-German-Russian coalition (joined by China and Syria) proclaims itself the "moral" axis, the "peace camp." But this "anti-war party" has its feet firmly planted in war. For those who may have forgotten, think of the Caucasus, where the Russian Army razed Chechnya's capital city, Grozny, and left from 100,000 to 300,000 cadavers in its wake.

No more horrific war is being waged against civilians today. The Holocaust Museum in Washington - which can hardly be suspected of spreading extremist Islamic propaganda - ranks the Chechen conflict No. 1 on its "genocide watch." What are the anti-war activists dreaming of when Chirac promises Putin his support?

In the name of "international law," Paris and Berlin are choosing curious allies.
Witness the recent election, thanks to the abstention of the Europeans, of Libya to the chair of the UN Human Rights Commission! Putin, Jiang Zemin of China, Moammar Gadhafi of Libya, Bashar Assad of Syria: why is the "peace camp" attracting butchers?

3. Demagogy over democracy. Eighty percent of Westerners support peace over war. Who wouldn't?
Draping themselves in "global opinion" and scoffing at other governments as "vassals" of the war clique, Paris and Berlin are recycling arguments used by the Stalinist "peace movements."
The revolutionaries of yesteryear pitted "peoples" against "formal democracy." Do Chirac and Chancellor Gerhard Schroeder of Germany today question the notion that, in a proper democracy, decisions are made not by polling institutes, or at the stock market, or in the streets, but in the voting booth? The elected representatives in London, Prague, Sofia, Madrid, and Warsaw are as legitimate as those in Paris and Berlin.

4. Powerlessness. The same global opinion polls, meanwhile, show that 75 percent of the world views Saddam as a threat to peace. While one actor can indeed trigger a conflict, it takes two to disarm. Yet for the past 12 years Baghdad has done nothing but deceive and delay.
A malevolent state can easily camouflage instruments of biological and chemical terror, scientists agree. Dragging out inspections and adding inspectors will only allow the dictator to push the game into overtime forever.

5. Wait and not see. Well-meaning souls whisper, "Certainly the Iraqi tyrant is a villain.
He's tortured, killed, gassed. But how many other leaders around the world have blood on their hands? Why pick on Saddam?" Because he is more frightening. Because he is an ever-present powder keg in the heart of a fire zone. Because we must stop him from playing with his apocalyptic matches.

Imagine Kim Jong Il, North Korea's leader, with his arsenal, ruling Iraq, threatening to pulverize not Seoul but Riyadh. The planet would be petrified! The Iraqi problem is not that of a local dictator, but a global peril. However, if you listen to the "peace party," it's always too early - "Iraq has no nuclear weapons; there's no need to intervene" - or too late - "North Korea has nuclear weapons; it's too dangerous to take action."

Paris and Berlin are living on a cloud. That does not mean American strategists are infallible or that we have to hand them a blank check.

QUEGLI INTELLETTUALI CHE IN FRANCIA DICONO "SÌ" ALLA GUERRA

19/03/2003-Le Monde-IRAQ

di Nicolas Weill

Il filosofo André Glucksmann, lo scrittore Pascale Bruckner e il regista Romain Goupil hanno firmato un appello in favore di un intervento in Iraq per liberare il popolo dalla dittatura. Questa corrente di pensiero, però, continua a restare minoritaria.

Sono consapevoli di andare controcorrente e per questi intellettuali, che in Francia si pronunciano pubblicamente per l'"intervento" e un cambiamento di regime in Iraq, si tratta, dopo un periodo di perplessità, di fissare una data. Se da un lato la loro argomentazione ricorda quella della prima guerra del Golfo, dall'altro, invece, il clima è cambiato. All'inizio degli anni '90 le allusioni allo spirito "di Monaco" servivano soprattutto per criticare i pacifisti. Una tendenza che continua ad avere sostenitori, ma in sordina. Tanto più che i "pro-intervento", anche se tendono a organizzarsi, sono estremamente minoritari, diversamente da 12 anni fa.

A conferma di ciò un sondaggio Ispso (realizzato il 7 e l'8 marzo per France 2) sull'opinione che hanno i francesi della crisi irachena, valuta nel 25% la parte di coloro che considera giustificata la posizione americana, laddove l'approvazione viene più dalle file di destra che di sinistra (36% contro 17%). "Siamo voci discordanti" ammette André Glucksmann, che ha firmato insieme allo scrittore Pascal Bruckner e al regista Romain Goupil un appello dal titolo "Saddam deve partire, volente o nolente" (Le Monde del 10 marzo 2003).

All'origine di questo appello una lunga discussione "tra persone che hanno l'abitudine di essere minoritarie", assicura. Partendo dalla valutazione che Saddam Hussein "è più crudele di Milosevic e più pericoloso" e ricordando che loro sin dal 1991 iniziarono a chiedere che si fermasse la politica di purificazione etnica portata avanti dall'ex-presidente della Federazione Jugoslava in Croazia e in Bosnia, i tre firmatari s'indignano per il fatto che le manifestazioni per la pace nascondano, dietro gli slogan contro George Bush, le sofferenze che il regime fa subire al popolo iracheno.

"L'intervento in Kosovo non è stato fatto sotto l'egida dell'ONU", afferma il filosofo. "Alcune volte l'ONU è incapace di prendere decisioni. In Ruanda o in Cambogia. E' in quest'ottica che mentre sostenevo i rifugiati sud-vietnamiti - con l'operazione "una barca per il Vietnam" nel 1978 - ho, nonostante questo, applaudito l'intervento armato vietnamita contro il regime dei khmer rossi perché mettessero fine al massacro in corso!" Impegnato oggi contro la guerra in Cecenia, considera "desolante" la costituzione, attorno a Jacques Chirac, di un "asse della pace" alla quale partecipano la Cina e la Russia del presidente Putin.

Questa posizione comincia a diffondersi al di là delle frontiere. Il quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung ha consacrato a Glucksmann, il 12 marzo, un articolo nelle sue pagine culturali. E dalle colonne dell'International Herald Tribune Glucksmann ha avuto lo spazio per rimproverare Parigi e Berlino di riprodurre "gli argomenti dei "Movimenti per la Pace" staliniani" della guerra fredda. "Non potrei guardarmi allo specchio", dice a Le Monde, "se non facessi nulla per impedire che Saddam Hussein rimanga al potere fino alla sua morte". E aggiunge: "in quanto cittadino, ho voluto inviare un segnale ai miei amici dei Paesi dell'est europeo, davanti ai quali mi vergogno". Allude ai rimproveri di Jacques Chirac fatti ai candidati dell'Unione europea che hanno firmato un appello per presentare un fronte unico con gli Stati Uniti - tra i quali si poteva trovare la firma del ex presidente ceco, Vaclav Havel.

Bernad Kouchner ha espresso posizioni simili a Glucksmann e Goupil. Un altro militante dei diritti umani, Jacky Mamou, ex presidente di Médecin du Monde, considera, a titolo personale, che "dal punto di vista umanitario, il dovere di ingerenza continua a esistere, specie di fronte a un regime che viola i diritti umani e per il quale bisogna creare un tribunale penale internazionale ad hoc". "Di fatto", scrive in un testo fatto circolare all'interno di MdM, "l'agenda delle grandi potenze e dell'Onu non è quella delle organizzazioni umanitarie. Possono essere interventi militari, che rispondo a cattivi motivi, ma che alleviano la sofferenza di popoli martirizzati". Ma si preoccupa delle conseguenze che una guerra avrà su una popolazione irachena fragilizzata dall'embargo.

COSTELLAZIONE

Ancora in modo informale, la costellazione di coloro che, a diverso titolo, rifiutano la linea dominante di ostilità nei confronti dell'intervento prendono contatto l'uno con l'altro. Il deputato dell'UMP Pierre Lellouche aveva invitato, sabato 8 marzo, un certo numero di intellettuali sostenitori di una guerra contro l'Irak o comunque perplessi all'idea del mantenimento di uno status quo a Baghdad: André Glucksmann, Alain Finkielkraut e Romain Goupil. Un altro appello, firmato dallo storico Pierre Rigoulot, direttore dell"'Istitut d'histoire sociale", è stato pubblicato su Le Figaro, in occasione della manifestazione contro la guerra di sabato 15 febbraio, su iniziativa di Michel e Florence Taubmann, pastore dell'oratorio del Louvre, nel quale, inoltre, si avanza l'idea che "la caduta del dittatore iracheno varrà come avvertimento per gli apprendisti stregoni nord-coreani". Numerosi dibattiti hanno luogo regolarmente all'oratorio tra diversi esperti. Tra coloro che si sono aggiunti all'appello di Le Figaro vi è un certo numero di intellettuali e storici specializzati in una lettura critica del passato comunista, come Illios Yannakakis o Jean-Louis Panné. "Tra i ricercatori che hanno lavorato sulla storia del comunismo, dei quali alcuni hanno un passato di estrema sinistra, c'è la preoccupazione di collocare la difesa della democrazia al disopra della massima gaullista di indipendenza" è il commento di Rigoulot, specialista della Corea del Nord. Il sociologo Samuel Trigano, dell'università Parigi-X, autore del libro "L'Ebranlement d'Israel" (Ed. Le Sueil) è anche tra i firmatari di questo testo.

"Rifiutiamo un consenso che va da Krivine a Le Pen" dice Taubmann, giornalista ad "Arte" che giudica di fatto "complessa" la situazione e si dichiara più favorevole a una pressione militare che non alla guerra come tale. Rifiuta un veto francese la cui conseguenza potrebbe, al di là della sola questione irachena, provocare la caduta del premier britannico "più europeo" nella storia della Gran Bretagna.

Nobody is perfect.

Andre Glucksmann is one of those in Europe who enjoy so much gratitude, respect and appreciation of the majority of the Chechen people. When many seemingly accepted the so called «antiterrorist» label of Russia’s military operation in Chechnya, he told the whole world that this term was being used by the Russians to conceal yet another genocide of the Chechen people. He was over 60 years old, when he managed to get inside Chechnya, and saw first hand what was really going on. He returned to Europe to tell the whole world what he saw in Chechnya and to wage a campaign to stop the brutal war and genocide that the Russian army is still inflicting on the Chechen people.

Correspondent: Mr. Glucksmann, your trip to Chechnya has been widely talked about. We also remember an open letter of French intellectuals published in Le Monde in which they expressed disagreement with Russia’s policy towards Chechnya. Has that campaign developed any further? Has any reaction followed?

Andre Glucksmann: First, I think, it is necessary to distinguish between the two periods, the period before and after September 11. Of course, before the tragic events of 9/11 there was a mobilization not so much of politicians but of actors, artists, intellectuals and common citizens. People were frightened and anxious about actions of the Russian army in Chechnya. And they openly talked about it. But after September 11, [President] Putin managed to portray the Chechens to the world as terrorists «working» for Osama bin Laden. For more than five months the international media constantly reported that bin Laden’s closest entourage consisted of Arabs, Pakistanis and Chechens (which in fact, concerning the Chechens, was pure misinformation!). These three nationalities have always been mentioned at one and the same level when talking about terrorism. I did my best to find out whether there were any Chechens in Afghanistan. As a result of a long research all the journalists, employees of humanitarian organizations and human rights groups (including Russian human rights activists) working in Afghanistan told me the same thing: there were no Chechens in Afghanistan. There were no Chechens among the dead, the prisoners or the wounded. There was no information about Chechens in bin Laden’s entourage. Nonetheless, the anti-Chechen propaganda worked, and Chechens were murdered again. First they were killed physically, then morally «as accomplices» of the most gruesome terrorist act in the history of mankind.

Correspondent: Russia has been creating the image of «a Chechen-terrorist» for a long time. Right after the end of the first war the Chechen society split in two. Simply speaking, those who believed in the spiritual values of the West and those who no longer found any consolation in the illusions of Europe willing to support the Chechen independence cause. Thus, an ideology was quickly formed, which made it possible to call the latter side «militant Islamists," although religion was not the primary motive of this group but rather the total disagreement with Russia’s policy in Chechnya and a direct response to the timid position of the western countries regarding the genocide of the Chechen people. By the way, [Boris] Berezovsky contributed a great deal to the formation of this image by generously supporting such moods in the society. To my mind after 9/11 western politicians didn’t fully buy the notion of «Chechens-terrorists» but rather went along with that theory enabling them to avoid quarreling with the nuclear power. In this respect, I’d like to ask you: those who signed your first appeal, did they believe these stories about «Chechens in bin Laden’s ranks» and have they abandoned their initial position?

Andre Glucksmann: First, your explanation of the situation seems interesting to me. And partially it corresponds to what I saw in Chechnya with my own eyes. In fact, after the end of the first war there were forces in Chechnya determined to turn the Chechen society towards religious extremism. That was also Berezovsky’s policy, in order to lay the ground work for a second war. Financing this religious extremism was intended to force Chechen politicians to make a mistake. It was necessary to demonstrate to the West that all Chechens are terrorists and murderers. Unfortunately, sometimes horrible things happened in Chechnya. For example, the notorious murder of the Red Cross doctors. Nevertheless, many did not believe that the Chechens became bin Laden’s adherents. However, many democrats in Europe gave up on the Chechen cause and left the Chechens alone to face the Russian army’s atrocities. But still I want to add the following: we cannot say that all Europeans swallowed Putin’s arguments. There is an example of Afghanistan. Soviet troops waged a bloody war there and basically ruined the country. After the withdrawal of Soviet troops, banditism flourished in the ruins of the cities and villages, and then Taliban appeared. At that time the West also showed no interest in what was going on in Afghanistan. Later on, bin Laden’s phenomenon occurred, the ground for which was prepared by the Soviet troops, Pakistanis and Europe’s indifference. We must be realists and understand that Russia’s aggression, and extermination of the Chechen people can create conditions for appearance of terrorism. Today people realize that the WTC towers were not untouchable. In Russia there are many targets to which possible Chechen terrorism could have access.

Correspondent: I would like to provide some information in regards the murder of the Red Cross doctors. The matter of fact is that a year after the tragic event, the Chechen prosecutor’s office identified a number of persons involved in the murder. To complete the investigation the support of the Russian law enforcement bodies was necessary. In particular, Adam Deniyev, who lived in Moscow at that time, was one of the alleged organizers of the murders. The Chechen prosecutor’s office passed all necessary documents to their Russian counterparts asking them to detain Deniyev, but the Russians didn’t comply. Moreover, when the second war started Deniyev held a high position in the pro-Russian administration. Of course, I do not claim that everything was all right in Chechnya, but I have no doubts that the situation that existed at that time was a direct consequence of the policy you have mentioned, rather than by the virtue of Chechens’ «special mentality» widely publicized in the Russian mass media …. .

I would like to go back to the beginning of our conversation. A prompt answer from Russia followed the above mentioned letter by French intellectuals published in Le Monde. Prominent Russian culture and art figures (including well respected names) made a statement saying that President Putin knew what he was doing and that the whole nation supported the «antiterrorist» operation in Chechnya. It was suggested that there were forces in Europe, which were not interested in letting Russia to become a strong state. A certain plot against Russia was alleged. Hence, you as the one who initiated this campaign could be called the life and soul of that «plot».

Andre Glucksmann: Have they called me like that?

Correspondent: Of course not, but later you were denied a visa to enter Russia, and the Russian newspapers wrote insulting articles about you. One Russian newspaper wrote the following: «In the 60’s Mr. Glucksmann spoke against the war in Vietnam. Recently he has said that he reversed his previous position. We should just wait for several years, and he will change his opinion on Chechnya too." And in this respect I would like to know what happened to your position?

Andre Glucksmann: This is a very interesting question. When I was younger I criticized America’s strategy in Vietnam in the 60’s. At that time all western commentators wrote that the US was much stronger than Vietnam, and was more likely to win the war. Today they say that Putin is much stronger than his adversaries in Chechnya and is sure to gain a victory in Chechnya. So, at that time I said that American armor was not necessarily going to win in the war against the Vietnamese. Since then I have not changed my opinion. On the contrary, the opinion of the American leadership has changed including that of McNamara, the author of the great theory of escalation. Later he admitted he was wrong. Nonetheless, we should note that having won the war, the Vietnamese failed to win the peace. Unfortunately, they took up methods of Stalin and the KGB, the methods that are well known to Mr. Putin. Then I spoke in support of the victims of totalitarianism, and in support of the dissidents. And if the Chechens follow Putin’s way, after they win the war, and begin building the Stalin-type dictatorship or dictatorship of bin Laden, I will be against the Chechen government for the sake of the Chechen people. I have never changed my position on the Vietnamese war, and I have always been on the side of the Vietnamese people, when innocent people died under American bombs and after the war when they were put in camps.

Correspondent: You have just clearly expressed one of the goals of our newspaper. Of course, first of all we want to find a way to stop this horrible war. But we also want Chechnya to become a democratic state after the war.

Andre Glucksmann: You are right…

Correspondent: Your generation is usually referred to as the generation of Solzhenitsyn. «Archipelago GULAG» changed the world outlook of many not only in the USSR, but also in the West and I would like to ask you about Soviet dissidents. With minor exceptions (Bukovsky, Bonner, Kovalev, etc.) the former Soviet dissidents support Putin. Today they support the policies they used to protest against in Soviet times. These are people of world reputation, financially independent, and many of them have dual citizenship. I am saying this to emphasize that they have nothing to fear. And therefore it is difficult for me to understand why Solzhenitsyn, who spent years in the GULAG, suddenly accepts the methods the Russian troops use in Chechnya and also demands the introduction of the death penalty against which he ardently protested in the past; and that relates not only to Solzhenitsyn, but to many prominent dissidents. Perhaps, you know some of them. Aside from that, maybe for you — as a philosopher — it would be easier to explain this phenomenon…

Andre Glucksmann: The shortest answer would be, nobody is perfect. But seriously speaking, I must admit that I ask this question regarding myself. If previously you were able to give correct estimations of some events, that does not necessarily mean that you will always be able to do so. Sometimes something extraordinary happens and it is difficult for you to be able to clearly assess the situation. As for the dissidents whom I know in France, the overwhelming majority of them supported the Chechen cause. For example, a friend of mine, a prominent dissident the late Alexander Ginzburg, was the one who organized our joint trip to Moscow in 1999. At a press conference we openly asked «sensitive» questions to General Manilov, and later when I asked for a minute of silence, in commemoration of Chechens murdered by Russian troops, I made that General stand up. That trip became possible only because of Alexander Ginzburg. We met many people, for example in the Sakharov Center and in Memorial, who still uphold the ideals they were prosecuted for in Soviet times.

As for Solzhenitsyn, I am concerned about his situation. It was difficult to read the compliments he paid to Putin. But it seems that their contacts were perfunctory. I hope Solzhenitsyn «will come to his senses." But I do not understand what is happening to him. Because in his «Archipelago GULAG» he wrote such wonderful words about Chechens! I personally know some Chechens who become passionate patriots after they read Solzhenitsyn’s words. But previously, Solzhenitsyn also expressed nationalist tendencies. Obviously that tendency has prevailed. We shall also mention that Putin who, unlike Yeltsin, managed to be «pleasant» and treated him with respect which official Russia hasn’t shown to Solzhenitsyn for almost 10 years. This is Putin’s merit that he could feign, and be a chameleon. He could please Bush, he is able to tell on American television that he wears a crucifix and is a diligent Christian, he is able to demonstrate to the German public his knowledge of the German language, without mentioning how and for what purposes he studied it. He could speak with grief about Sakharov and visit Andropov’s grave, who, in fact, is to blame for the persecution of Sakharov. I think that Solzhenitsyn fell as a victim to the crafty actor.

Correspondent: President Putin has an extremely high popularity rating in Russia, while Milosevic faces the International Tribunal. Putin’s much more bloodier crimes go unchallenged. Do you think there is any possibility that this person will pay for his crimes? Or will the «nuclear umbrella» protect him?

Andre Glucksmann: Frankly speaking, I think Putin could appear in court. And it seems that Putin himself thinks about it. I remember his reaction to the news that Milosevic was arrested and he was to stand trial. That was during a joint press conference of Putin and Chirac, I watched it live. A journalist asked both presidents about Milosevic’s arrest. Naturally, Chirac said he was positive about it. And then it was Putin’s turn to answer. For the first time I saw him lose self-control in front of cameras. He was irritated. Before that, next to Chirac, he was a kind and polite eastern president and suddenly he exploded and loudly said: «No, no, no!» As if Khruschev were there with his shoe! It became obvious that at that moment Putin saw himself in Milosevic’s place. That news made him lose self-control. Of course, a tribunal for Putin is much more complex. He is well protected with his bombs. But this is a problem for all the democrats in the world. If once and for all it is decided that possessing A-warheads is sufficient to make it possible to exterminate the whole nation with impunity, then this is a clear signal for all dictators in the world to obtain such weapons. And then it appears that Milosevic faces trial not because he exterminated people, but because he had no weapons of mass destruction. It is very dangerous to leave a murderer immune because of his nuclear weapons. If we are realists, it is hard to fight against Putin, but it is easy against Milosevic. Then we should rely on Putin’s weakness at home. We know that today Putin enjoys a very high popularity rating. But it is also obvious that so far he hasn’t been able to resolve the real problems Russia suffers from. For example, remember the situation about the Kursk submarine. We saw his ratings drop because he wasn’t able to make any perspicuous decision and he did not know what to do. Today Russia faces numerous highly explosive problems. Here we could cite public life security, reigning mafias of all sorts, low standard of living constantly falling for the last 10 years, and soon we would compare it to the low level of living after World War II. Oligarchs managed to lay their hands on all of Russia’s resources, and it costs almost as dear to the Russian people as Hitler’s aggression. Russia’s current position is very dramatic and dangerous and the abilities of Putin to oppose it are more than doubtful. And today’s high popularity rating of Putin does not necessarily guarantee it will remain high in the future.

Correspondent: I would like to ask you about the situation of Chechens in Europe. Even though in some countries they are relatively taken care of, although their status is not clear, but in other countries such as in Germany there are cases of forced deportation of Chechens to Russia. There is no news about some of the deported people. In this sense, Chechen refugees have absolutely no protection. There are no guarantees that they would not be deported from the other countries too, although, obviously they run the risk of persecution, if deported, both in Chechnya and in Russia. International human rights organizations have issued detailed reports on this issue. But it seems that the courts don’t consider such reports at all. What, in your opinion, could change the situation?

Andre Glucksmann: First, I would like to stress that the deportation of Chechens to Russia is a scandal. Obviously, this is a demand of Russia, which is proved by another requirement of Russia, not to issue European visas to Chechens. Several times I stood up to support Chechens who were denied visas. This is very difficult. It seems to me that in this issue Germany is one of the countries which are more liable to Russia’s blackmail. We should not forget that Germany receives one third of its gas and necessary oil from Russia. At a meeting Putin reminded Schroeder of this fact and offered him a friendship of «equal partners." And later Schroeder stated that after 9/11 he had a different approach to the problem of Chechnya. Thus, he approved Putin’s actions in Chechnya. But we shall not forget that the public opinion in Germany isn’t unanimous on this issue and there are many groups protesting against the war in Chechnya. And even German Foreign Minister Fischer is more sympathetic to Chechens than Schroeder. Therefore, there is a possibility to block the deportations and the pressure from Russia on western countries. But that will be very difficult because Russia is actively waging a psychological war.

And now I would like to add something on my own. I think I shall thank the Chechens on behalf of all Europeans; Chechen soldiers, and common people and Chechens who live in Russia. They experience the severest pressure, because their pain is unbearable, because they remain humans. This is very precise. They don’t give in to the temptation of blowing themselves up in buses and waging a war against civilians. They do not do what kamikazes do in Israel. If they do not target defenseless civilians, this is not because they have no such possibility; we all know today that it isn’t difficult from the technical point of view. They are brave enough to sacrifice their own lives and they have been demonstrating it for 300 years already. But they do target troops. Such self-deterrent still saves the situation. Despite of their great pain, Chechens still stay restrained. It would have been more reasonable from the side of Russians, from the side of Europe, and even from the side of Putin to stop the bloody massacre as soon as possible, before the «Afghan» scenario could lead to power murderers and terrorists, who do not care against whom to fight.

Correspondent: Thank you very much for the interview

Andre Glucksmann: Oh, I am grateful to you. Today, after the September 11 the entire world realized that a small plane is enough to launch the scenario of Apocalypse. But regardless of all the injustice you keep your spirits.

Ovest contro Ovest

di André Glucksmann

In visita a Parigi l'11 febbraio, Vladimir Putin, promosso nuovo arcangelo della pace, ha detto di voler «segnare questo giorno con una pietra bianca», salutando in Jacques Chirac, un grande leader che «si emancipa dalla logica dei blocchi». L'idea di Chirac capo del dopo guerra fredda seduce. Ma c'è una cosa da sottolineare: dato che il blocco comunista è scomparso dal 1990, quello spaccato dal presidente francese è il blocco democratico. Quindi, Vladimir Putin si è congratulato con l'uomo che a suo parere ha posto fine all'Alleanza atlantica. La Nato è un vestigio, l'Europa deve "liberarsi" dalla tutela americana, non c'è più un nemico comune per saldare insieme bevitori di vino e amanti della Coca-Cola. Dal Café du Commerce all'Eliseo, si ironizza su un discorso che mescola in politica il bene e il male, la giustizia e l'ingiustizia, la libertà e la dittatura. Nei salotti parigini si punta a una visione "premoderna" del mondo. A Parigi e a Berlino, è più corretto trovare un'intesa con il "postmoderno" Putin che con il "fondamentalista" Bush, portatore di un messianesimo che ripugna alle nostre tradizioni tanto sagge, laiche e realiste.

Gli stereotipi secolari fioriscono a mazzetti. L'America vi appare analfabeta, cowboy, fanaticamente religiosa e cinicamente pragmatica, governata da un cervellino da passero e da un clan di falchi, interessata solo al petrolio ma anche a un disegno idealista: insomma, un'egemonia in piena ascesa e un impero parassitario in decadenza terminale... Poco importa se gli argomenti sono contraddittori: tutti arrivano alla conclusione che Bush è il nemico numero uno dell'umanità, mentre Saddam, per quanto ci si degni di riconoscerlo mortifero, conta quanto il due di coppe. Per la prima volta dal 1945, la frattura Ovest-Ovest divide la politica mondiale.

I governi che intonano la grande aria del "diritto" contrapposto alla forza sembrano più ipocriti che veri. Mosca rade al suolo una capitale. Pechino mette a sacco il Tibet e la provincia degli Uigurs e non ha mai espresso rammarico per il sangue degli studenti versato a Tien Anmen. E la Siria occupa il Libano. Bella compagnia! Felice alleanza per Parigi e Berlino! Ciascuno è padrone a casa sua, a ogni macellaio il suo gregge e i suoi mattatoi.

Ridotto a principio di sovranità, il "diritto internazionale" garantisce a Saddam la possibilità di gasare i suoi e di massacrare ad libitum, e a Putin il permesso di portare avanti fino al genocidio le sue sedicenti "operazioni antiterroristiche". I manifestanti pacifisti che ripetono in coro il ritornello del "diritto internazionale" sostengono uno status quo violento e bellicoso. Compiango il mio amico Joschka Fischer, che alcuni anni fa ebbe il coraggio di prendere di contropiede i Verdi. Allora spiegò che peggio della guerra era Auschwitz, il terrore e la servitù senza fine. E concluse indicando la necessità di soffocare in nuce un'escalation verso l'inumano, bloccando manu militari il dittatore di Belgrado. Ora che è diventato ministro considera Saddam più umano, meno pericoloso di Milosevic per il suo popolo e per il mondo?

Compiango il mio presidente Jacques Chirac per aver dimenticato la sua audacia di fronte a quello stesso Milosevic. Ha affermato che un disarmo radicale porterebbe ipso facto alla caduta di Saddam, poiché il disarmo presuppone la trasparenza, e le dittature non resistono a lungo alla trasparenza. È giusto, ma un ragionamento del genere deve essere portato fino in fondo. Il suo buon senso non è sfuggito a Saddam Hussein, ben consapevole del fatto che abbassando le armi, firmerebbe la sua sentenza di morte. A meno di non prestargli pulsioni suicide, di cui non ha mai dato prova, bisogna concludere che abbia fatto di tutto per mantenere il suo potenziale di distruzione e perpetuare il gioco a rimpiattino nel quale eccelle da più di 12 anni. Senza la minaccia militare, le ispezioni sarebbero state votate al fallimento. Rifiutando ogni ultimatum, Francia e Germania sembravano scommettere sulla buona volontà dell'"ispezionato". Strano "schieramento della pace", che rifiuta di disarmare un guerrafondaio matricolato.

Per mezzo secolo, il potere di devastazione massiccia è stato monopolizzato e bloccato da alcune potenze nucleari. Ma dall'11 settembre è alla portata di molti. Non solo il terrorismo sta raggiungendo una dimensione mai vista prima, ma le armi biologiche, chimiche e persino atomiche "fatte in casa" consentono ai predatori di guardarsi le spalle al minor costo. Bin Laden asserragliato nelle grotte di Tora Bora fa rustico. Più promettente la soluzione di Kim Jong Il, rifugiato nel suo silo nucleare. Programmare l'abbinamento di un terrorismo alla Bin Laden a una santuarizzazione alla Kim: ecco una cosa che Saddam non poteva né preparare né concepire. L'uomo ha troppi scrupoli, è dedito all'amore del prossimo e certe ambizioni gli sono estranee. Nascondiamo pure, come gli struzzi, la tv nella sabbia, evitando soprattutto di vedere ciò che incombe.

* scrittore e filosofo traduzione di Elisabetta Horvat .

D-Day, ancora grazie America

di André Glucksman

Dieci anni fa rimpiangevo l'assenza del cancelliere tedesco alle cerimonie di Normandia. Oggi, non rinuncerò al mio piacere, intimo quanto filosofico. Rivolgo un grazie ai soldati che sbarcarono il 6 giugno 1944, quando la rete della Resistenza dove lavoravano mia madre e le mie sorelle più grandi cadeva nelle grinfie di Klaus Barbie: arresti, torture, corpi martirizzati spediti senza ritorno là dove sapevamo. E grazie agli americani, agli inglesi, ai canadesi, agli australiani che mi hanno salvato il resto della famiglia, grazie a coloro che permisero ai francesi di oggi di non essere costretti a pensare da nazisti o da stalinisti.
Senza D-Day, non ci sarebbe stata Europa a Sei, a Quindici, a Venticinque e oltre. Sono ancora pervaso, privilegio dell'età, della gioia cosmica, estatica, che scoppiava al di sopra della mia testa di bambino quando gli adulti pronunciavano la parola «liberazione».
Dovemmo aspettare la metà degli anni Settanta affinché un presidente della Repubblica federale riconoscesse chiaramente e distintamente che la Germania, al termine della Seconda guerra mondiale, non fu «invasa», ma «liberata». È perché la differenza fra queste due parole mostrasse la sua evidenza decisiva che i miei cari, quelli più vicini e quelli più lontani, a Lione, a Omaha Beach, a Stalingrado, sono morti. Si parla a sproposito, con i tempi che corrono, di «legittimità internazionale». L’unica, la vera, fu inaugurata sulle spiagge normanne. Se l’Onu, malgrado il suo lato caotico, non assomiglia del tutto alla triste Società delle Nazioni, è perché i suoi fondatori a San Francisco avevano giurato che Giappone e Germania non sarebbero stati conquistati né colonizzati, ma semplicemente liberati dal fascismo. Da qui derivano due principi che, sostenendo silenziosamente la Carta delle Nazioni Unite, impongono le sue inevitabili ambiguità e contraddizioni: 1) il diritto dei popoli a essere liberati; 2) l’autolimitazione del diritto del vincitore, al quale è vietato conquistare, ma che è portatore di democrazia.
Il diritto dei popoli ad essere liberati da un dispotismo estremo - diritto al D-Day - prevale sul rispetto ordinario delle frontiere e sul principio secolare di sovranità. Tenuto conto della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, grazie all’esperienza dei totalitarismi, il diritto essenziale dei popoli di disporre di se stessi non deve garantire né implicare il diritto dei governanti a disporre dei loro popoli. Sullo sbarco in Normandia si basano i recenti interventi in Kosovo, in Afghanistan e in Iraq, anche senza copertura del Consiglio di Sicurezza. Per una ragione decisiva: la legittimità inaugurale che guidò la costituzione dell’Onu supera in autorità la giurisprudenza ordinaria delle istituzioni nate da quella legittimità fondatrice. Tanto più che in questo decimo anniversario del genocidio dei Tutsi in Ruanda, il ricordo di spaventosi fiaschi nella gestione dell’Onu non sfugge a nessuno e soprattutto non sfugge a Kofi Annan che predica, invano, l’urgenza di una riforma radicale delle istituzioni e della legislazione internazionali.
Possono ancora, gli americani, fare appello al diritto d’ingerenza battezzato nel sangue versato per liberare l’Europa? Sì. Malgrado le recenti ignominie commesse nelle prigioni irachene, moralmente insopportabili, politicamente controproducenti e strategicamente assurde, di cui portano l’intera responsabilità? Sì. Perché, nel bene e nel male, gli Stati Uniti restano una democrazia. L’unica, da quanto mi risulta, che non abbia censurato, in piena guerra, la pubblicazione dei crimini commessi dai suoi soldati. L’unica dove la stampa e la televisione svelano in poche settimane la vastità degli abusi e scrutano liberamente gli annessi e i connessi del disastro compiuto. L’unica dove le commissioni d’inchiesta parlamentari portano in tribunale un presidente, ministri, generali, capi dei servizi segreti interrogandoli senza riguardi né restrizioni.
Ricordiamoci che la Francia, tanto generosa nell’impartire lezioni, in quarant’anni non ha mai incolpato, giudicato o condannato neanche uno dei militari che torturarono durante la guerra d’Algeria. È cinquant’anni dopo la fine delle ostilità, nel 1995, che un Presidente riconobbe le responsabilità della Repubblica fra il 1940 e il 1945. Ed è oggi, dieci anni dopo i fatti, che diversamente dal Belgio, dall’Onu e da Washington, la Francia si ostina, a destra come a sinistra, a rifiutare qualsiasi scusa ai Tutsi vittime di genocidio. Tutto questo innalza noi francesi ad altitudini morali inaccessibili ai rozzi yankees, afflitti da una stampa insolente, da un Senato indagatore e da governanti costretti ad aprire i loro dossier per spiegarsi in tempo reale.
Altrove, guardate com’è diverso, regna l’omertà. Aprile 2004. La prima videocassetta: torture sistematiche, occhi estratti dalle orbite, membra strappate di presunti combattenti, piramide di corpi. Seconda videocassetta: esecuzione deliberata di una madre e dei suoi cinque figli (dai 12 mesi ai 7 anni) nei pressi di Chatoi, in Cecenia. Due testimonianze filmate da soldati russi nauseati dalle gesta dei loro compagni d’armi. Un solo giornale di Mosca, la Novaia Gazeta , pubblica le foto. Nessuna reazione. Silenzio radio-televisivo, silenzio della giustizia, non una parola dalla gerarchia militare e politica, mutismo mondiale. Bush è accolto sotto una valanga di proteste, Putin è accolto come un fratello.
Eppure oggi il cittadino americano è il solo a guardare, giudicare e condannare a caldo i misfatti perpetrati in suo nome. L’America non è popolata da angeli, ma rimane la patria numero uno dei diritti dell’uomo perché, più che altrove, è capace di darsi i mezzi per mettere in luce e quindi bloccare la loro violazione. I diritti dell’uomo misurano la nostra capacità di resistere all’inumano, al male che ci è di fronte come al diavolo che è in noi.

(traduzione di Daniela Maggioni)

Los pacifistas son ilusos peligrosos.

André Glucksmann: Los pacifistas son ilusos peligrosos; su idea es que les dejen tomar el té tranquilos

Carmen Méndez. Madrid

André Glucksmann es el enfant terrible de los pensadores franceses. Siempre polémico, apoyó desde el primer momento la intervención en Irak, defiende el derecho a la injerencia y pide una Europa que luche contra el terrorismo codo con codo junto a Estados Unidos.

“Demasiado respeto mata”. André Glucksmann deja caer la frase mientras sonríe con ese aire pop que tiene a lo Andy Warhol. “La supuesta legitimidad de un Consejo de Seguridad de la ONU que a menudo se muestra sordo y ciego no autoriza a dejar que los horrores aumenten y perseveren”.

El debate (y la polémica) están servidos. El filósofo francés, que ha presentado en España su último libro, Occidente contra Occidente (Taurus), sabe que sus opiniones no son políticamente correctas. Y está encantado de que sea así. La tesis de este ensayo breve –que desmonta la famosa teoría de Samuel Huntington del choque de civilizaciones– es que Occidente (término en el que engloba a los países democráticos) está “adormecido por el espejismo de la posguerra definitiva” y prefiere no enfrentarse al gran enemigo del siglo XXI, el nihilismo terrorista.

Pregunta: En su libro acusa a parte de Europa de utilizar la técnica del avestruz.

Respuesta: Para evitar el estupor que causó el 11–S, las elites europeas han preferido fabricarse un mundo confortable para huir de una realidad muy engorrosa. Han separado a cuchillo la cultura europea y la norteamericana porque quieren dormir tranquilos. Se ha fomentado el antiamericanismo. Creen que la amenaza del terrorismo nihilista sólo concierne a Estados Unidos, piensan. En parte, ellos se lo han buscado, por imperialistas. Se equivocan. Atocha ha confirmado que esta amenaza no es exclusiva de los norteamericanos.

P.: ¿Es un choque de civilizaciones?

R.: Para nada. Es un choque entre civilización y nihilismo. Los nihilistas están en el mundo musulmán, en Europa, en Asia, en todas partes. Destruyen por el placer de destruir. Lo hacen en nombre de la religión o del futuro.

P.: ¿Y cómo se defiende la civilización del nihilismo?

R.: Si hace falta, con la guerra.

P.: ¿Por eso defiende el derecho a la injerencia?

R.: Sí, porque el terrorismo, la tortura y la esclavitud bastan para legitimar la acción emprendida contra esas plagas.

P.: Como el historiador griego Tucídides, usted recuerda que los conflictos más intensos son los que enfrentan a iguales. Europa, ¿se ha equivocado de enemigo?

R.: No podemos hablar de Europa como si fuera un bloque, porque está dividida. Creo que Francia y Alemania se han equivocado hasta el fondo, porque consideraron que era mejor que permaneciera en Bagdad el dictador Sadam Husein que no ver a Bush entrar en Bagdad. Europa se dividió y de esa escisión son responsables quienes se unieron para luchar contra la guerra de Irak.

P.: ¿Cree que el eje París-Berlín tiene futuro?

R.: Espero que no. Quiero destacar que el hombre que me parece más inteligente dentro de ese campo de la paz es el ministro alemán de Exteriores, Joschka Fischer. Ha declarado, contradiciéndose, que no era conveniente crear un núcleo duro para dirigir Europa, y que no hay que luchar contra Estados Unidos sino contra el terrorismo. Pero volviendo al eje París–Berlín, creo que no tiene futuro. Sí lo tiene –y me preocupa mucho más– el eje París-Moscú. Es un enorme problema para el campo de la paz preferir a Putin antes que a Bush.

P.: ¿Por qué le preocupa tanto Putin?

R.: Rusia es peligrosa para todos los que le rodean: es el país que está llevando a cabo la peor guerra que existe hoy, la de Chechenia, una guerra de exterminación contra un pueblo muy pequeño. Rusia es miembro permanente del Consejo de Seguridad de la ONU y se permite como tal condenar a todo un pueblo a la muerte. Sólo he visto manifestaciones contra Bush, no contra Putin, que no ha dudado en arrasar Grozny, la capital chechena, de 400.000 habitantes. Putin, además, está mermando las pocas libertades que había concedido Yelt-sin al pueblo ruso, como la prensa y la de opinión. El mayor problema que representa Rusia es el poder que tiene de molestar. Y se le permite.

P.: ¿El terrorismo checheno forma parte de ese nihilismo?

R.: Es cierto que hay formas de terrorismo nihilista checheno, como quienes secuestraron un teatro en Moscú, pero son una minoría. La mayoría de los chechenos está en contra de estos ataques contra los civiles y de quienes actúan como kamikazes. Pero existe el peligro de que todo esto derive en algo peor, porque Putin actúa como un bombero pirómano. El Ejército ruso ya lo hizo en Afganistán cuando devastó el país.

P.: ¿Qué papel juega la ONU en todos estos conflictos?

R.: Hay que reformarla. El Consejo de Seguridad ya no refleja el equilibrio de poder actual. Es una organización donde la mitad de los países están lejos de ser democráticos. La ONU ha dejado que sucedan dos genocidios, el de Camboya y el de Ruanda. Y en 2003, la comisión de derechos humanos estuvo dirigida por Libia. El régimen de Gadafi ha ocasionado más muertos que todo el Ejército americano en la intervención en Irak.

P.: ¿Por qué considera a los nuevos grupos pacifistas “cómplices del mal”?

R.: Son peligrosos porque son ilusos. Son buenos: quieren luchar contra las injusticias, como Don Quijote. Muchos manifestantes en Londres llevaban pancartas donde ponía ‘Make tea not war’. De acuerdo, bebamos tranquilos nuestro té porque la guerra es algo muy malo. Quienes se manifestaron contra la guerra de Irak lo hicieron por su paz, no por la de los iraquíes. Yo felicito a quienes se han atrevido a intervenir contra Sadam Husein. No se puede gritar con inocencia ¡viva la paz! cuando se trata de la paz eterna de las fosas comunes.

Il mio grido di libertà per la Cecenia.

Il mio grido di libertà per la Cecenia. Putin deve negoziare

14/05/2004 / Corriere della Sera
di ANDRÉ GLUCKSMANN

Qui peut le plus peut le moins (chi è capace del più è capace del meno).

Il 9 maggio 2004, «giorno della Vittoria» e «giorno dell’esercito», le truppe russe sfilano e cantano la loro gloria allorché la tribuna ufficiale, considerata inviolabile, salta in aria. In questo luogo, il più protetto di Grozny, i resistenti ceceni hanno deciso di giustiziare, fra altri ufficiali, il numero uno dell’amministrazione filorussa e il comandante in capo dell’esercito d’occupazione, famosi per la loro ferocia. Sarebbe stato più facile per i resistenti praticare un terrorismo cieco e indiscriminato; è più semplice far scoppiare, a caso, auto imbottite di esplosivo come a Bagdad, lasciarsi esplodere nei bar o sugli autobus come le bombe umane del gruppo Hamas, o, alla maniera di Bin Laden, mirare a stazioni e treni pieni di viaggiatori, ad abitazioni o complessi petroliferi e centrali nucleari, ben più vulnerabili che in Occidente. Non lo fanno. E nessuno si chiede il perché? Non è che non ci pensino.

Alcuni di loro cedono talvolta alla tentazione, come provano i 700 civili presi in ostaggio in un teatro di Mosca con un’operazione spettacolare e inquietante: il viaggio Grozny-Mosca in un convoglio armato senza farsi scoprire per migliaia di chilometri e, alla fine, 131 ostaggi uccisi dalla polizia federale e last but not least, nessun terrorista sopravvissuto per testimoniare. Non è l'audacia che manca loro: 400 anni di resistenza contro l'occupazione russa non possono che forgiare gli uomini e una pesante tradizione cantata persino dai poeti russi. Oh Puskin! Oh Lermontov! Oh Tolstoi! Non è la disperazione che manca loro: dieci anni di un'ultima guerra a porte chiuse, dimenticata dal mondo, cancellata dalle coscienze. La capitale, città e villaggi rasi al suolo, oltre un quinto degli abitanti morti, e quanti feriti, torturati, disabili, quante vedove, quanti orfani e quanti ancora ce ne saranno? Cataste umane dilaniate dalle granate, borghi circondati dai carri armati, retate, popolazione presa in ostaggio dagli uomini in uniforme, commercio di cadaveri… Non è la rabbia che manca loro; da perdere non hanno che le catene.

La giornalista moscovita Anna Politkovskaia, che ha fatto più di cinquanta volte il viaggio a Grozny, paragona la Cecenia a un immenso campo di concentramento o al ghetto di Varsavia. All'inizio del XXI Secolo la crudeltà all'ennesima potenza è esposta in questa parte desolata del Caucaso, sulle rive della nostra Europa. Tuttavia, gli errori dei resistenti sono, ad oggi, eccezionali; il terrorismo contro i civili, russi compresi, è debitamente condannato dalle autorità indipendentiste, in primo luogo dal presidente Maskhadov (l'unico eletto sotto controllo dell'Ocse nel 1997). Forte di una storia pluricentenaria di lotta instancabile contro l'impero zarista, comunista ed eltsin-putiniano, la resistenza cecena se la prende con le forze armate e riesce ancora a padroneggiare i suoi estremisti, capaci di lasciarsi andare ai massacri globali dell'islamismo radicale.

Io chiamo terrorismo l'attacco deliberato alle popolazioni disarmate. In Cecenia, questo orrore è prerogativa dell'esercito e della polizia russa, assecondati dalle milizie e dalle mafie collaborazioniste reclutate da Mosca. Chiamo antiterrorista la resistenza armata che si oppone a quegli apparati repressivi facendo attenzione a risparmiare i civili. L'attentato del 9 maggio 2004 è un atto di resistenza antiterrorista per eccellenza. Si prendono di mira e si uccidono il carnefice e i suoi fedeli.

Invece di festeggiare Putin e di dargli ancora una volta via libera condannando questo atto di guerra strettamente mirato, i governi democratici, fiancheggiati dalle loro opinioni pubbliche indifferenti, dovrebbero trattenere per il braccio quel pompiere piromane. La sua crociata razzista minaccia d'annientare un popolo, certo quantitativamente piccolo, ma immensamente coraggioso: un popolo che non ha mai ceduto né davanti agli zar, né al gulag, dove Stalin lo spedì al completo. Nel momento in cui una giusta indignazione si eleva contro le efferatezze americane nelle prigioni irachene, l'abbandono totale degli sventurati ceceni consegnati a una soldatesca capace di tutto è un cattivo presagio sull'avvenire del mondo.

Cosa vuole l'Occidente? Vuole rischiare il peggio? Vuole che lo scenario afgano si ripeta? Che le devastazioni fisiche, sociali e morali commesse dallo stato maggiore russo lascino il campo libero ai gangster e ai fanatici? Vuole rivivere la sequenza infernale talebani, Al Qaeda, Manhattan? Non serve volgere lo sguardo altrove. E' estremamente urgente esercitare pressioni diplomatiche, finanziarie e morali atte a incitare Putin alla prudenza, quindi al cessate il fuoco. Se le considerazioni strettamente umanitarie gli sono estranee, richiamiamolo ai suoi interessi secolari e di sicurezza. Le «rappresaglie» che annuncia non avranno alcun effetto su chi già soffre il martirio. Il 9 maggio 2004 è la prova che Putin non controlla niente. Deve negoziare con la resistenza.

André Glucksmann

¡Kant en Bagdad!

TRIBUNA: ANDRÉ GLUCKSMAN

André Glucksmann es filósofo francés. Traducción de M. Luisa Rodríguez Tapia. © André Glucksmann, 2004.

EL PAÍS | Opinión - 14-02-2004

Pregunta. Señor filósofo, ¿por qué solicitó un visado para Bagdad?
Respuesta. Como sabe, los "grandes hombres" fallecidos residen eternamente en las Islas Bienaventuradas, y allí, a veces, se aburren. Con motivo del segundo centenario de mi muerte, tengo derecho a un año sabático. Es un placer regresar a la tierra para asistir, de forma anónima, a este extraño comienzo de milenio. Igual que les sucedía a mis colegas, los filósofos griegos, me encanta sentirme desorientado. Al fin y al cabo, ¿no es el asombro nuestro pecado original?
P. Pero ¿por qué aterrizar en Irak? No le conocía ese gusto por las situaciones conflictivas, la sangre y la muerte. ¿No prefieren los pensadores y los poetas las sociedades felices y pacíficas, el lujo y la serenidad? Un polemista francés dijo, a propósito de usted: "Kant, que pretendía ser "puro" e inmaculado, tenía las manos tan sucias que no tenía manos". ¿No le da miedo ensuciarse?
R. Desconfíe de lo que se dice, señor periodista. Al consagrarme como la gran conciencia alemana, mezclaron todo y me confundieron con mi ilustre predecesor, Leibniz, o con mis herederos infieles, Hegel y su alegre prole. Todos ellos son pensadores sistemáticos. Saben más que yo sobre la Providencia y la justicia divina. Juzgan el curso del mundo desde el punto de vista de la eternidad, pre o post histórica. Cómo me divertí, encaramado en mi nube, al oír a un pensador norteamericano, de origen japonés, que predicaba "el fin de la historia" cuando se hundiera el imperio soviético. Era una fantasía (Schwärmereï) prestada de Kojève, que, en 1937, creía firmemente que Stalin era ese final, esa magnífica culminación de la aventura humana. En 1806, Hegel, su maestro intelectual, había dicho ya lo mismo al creer que el final de la Historia lo representaba Napoleón sobre su caballo, pacificador de una Europa ilustrada por los siglos de los siglos. Siempre he sospechado de esos sueños de armonía. No olvide que mis obras más importantes se titulan Críticas. Son obras de combate. No se puede ser más claro: desde el segundo párrafo de mi prefacio a la Crítica de la razón pura, ya definía la metafísica como un campo de batalla ("Kampfplatz"), un "combate sin fines". Comprenda que, para mí, la condición humana es un puro "agôn" en el sentido griego, una lucha permanente consigo mismo, la batalla de una razón frágil que acepta el desafío de estupideces, entusiasmos y locuras.
P. No es la imagen que se tiene de usted. Un ensayista estadounidense, Kagan, acaba precisamente de reprocharle que encarna el espíritu pacifista, e incluso capitulador, de una vieja Europa que prefiere Venus a Marte, la voluptuosidad a la guerra.
R. Ahórrese las referencias analfabetas. Calificarme de epicúreo, apóstol del disfrute y el consumo: ¡qué osadía! Cualquier estudiante de primero que dijera una cosa tan absurda merecería un cero. Lo normal no es que me llamen libertino, sino más bien reprimido. Y también se equivoca en todo lo demás.
P. Sin embargo, también hay profesores alemanes, debidamente cualificados, que le colocan en el "campo de la paz": los participantes en las manifestaciones masivas que hubo en Alemania en la primavera de 2003 "habrían podido tomar prestados con facilidad sus lemas y sus argumentos de los escritos del pensador de Königsberg", escribió Der Spiegel en un artículo que pretendía ser serio y culto.
R. Otra vez, cómo me movilizan. En 1914, Thomas Mann me coronó como jefe de Estado Mayor del espíritu alemán, mientras que los franceses se referían a mí para librar "la guerra del derecho". Permítame que sus siniestras locuras me hagan sonreír.
P. Se está escabullendo. ¿Acaso no escribió Hacia la paz perpetua? ¿No asegura tener un espíritu "cosmopolita", que pretende resolver sin guerras los tratos entre naciones?
R. Decididamente, joven, su siglo ha perdido el gusto y el sentido de la ironía. ¡No olvide jamás que soy contemporáneo de Voltaire! Cuando titulé mi ensayo sobre política internacional, como dice usted, La paz perpetua, mencionaba en las primeras líneas el letrero de un hotel en el que se veía un cementerio, el único lugar que puede garantizar una "paz perpetua". Es una broma tomada del viejo Leibniz. La paz a cualquier precio, mal que les pese a los pacifistas, es la muerte. Atrévase a estudiarme con más detalle: no creo que mi lectura vuelva a nadie, si no hace trampas, incondicionalmente contrario a la guerra. Odio más el despotismo que una situación de guerra. Yo propuse una alianza de Estados "republicanos" (aunque fueran monarquías "constitucionales", como Inglaterra), es decir, Estados respetuosos de las libertades públicas. En cambio, siempre condené la "fusión de Estados" bajo la bota de un autócrata que garantizaba una paz despótica, esa paz de los cementerios "que reposa sobre la tumba de mi libertad".
P. ¿Prefiere el caos iraquí actual, con sus atentados, al orden de Sadam Husein y su paz llena de osarios?
R. Probablemente, pero lo decidiré después de haberme informado sobre el terreno. En las Islas Bienaventuradas no disponemos de televisión, y sus periódicos nos llegan con enorme retraso.
P. No olvide que se le considera un pensador moral y virtuoso, y nuestros pacifistas apelan a usted para expresar el horror que les inspiran los guerreros y su inevitable brutalidad.
R. Estos bienpensantes vuelven a leerme al revés. Soy yo, precisamente, quien escribió que "el hombre desea la concordia, pero la naturaleza sabe mejor que él lo que le conviene a su especie: ella quiere la discordia". Alabé "la insociable sociabilidad" de los hombres, que les vuelve celosos y rivales, porque les arranca de una indolencia nociva y les civiliza: "Sin estas cualidades de insociabilidad, poco simpáticas en sí, desde luego, pero de las que procede la resistencia que cada uno debe necesariamente encontrar contra sus pretensiones egoístas, todos los talentos permanecerían eternamente encerrados en sus gérmenes en medio de una existencia digna de pastores de la Arcadia, en el amor mutuo, la frugalidad y la concordia perfectas: los hombres, tan mansos como los corderos que pastorean, no otorgarían más valor a su existencia que a la de su rebaño; no colmarían el vacío de la creación".
Sus pacifistas se parecen a esos pastores de la Arcadia que eluden la condición humana en lugar de asumirla, y se merecen, en mi opinión, el nombre de "altermundialistas". Viven en otro mundo, como la paloma que cree volar más deprisa y más alto y, cuando desaparece la resistencia del aire, se detiene y se precipita, con las alas desplegadas, al vacío.P. ¿Le caen más en gracia los que invocan su autoridad para reclamar la Legitimidad Internacional de las Organizaciones Mundiales, con el fin de condenar sin remisión el intervencionismo "ilegal" y "arbitrario" de la coalición contra Sadam? ¿No es la ONU el hijo legítimo de su derecho "cosmopolita"?
R. Un hijo bastardo, en todo caso. Ya la impotente Sociedad de Naciones anterior a 1940 recibió escandalosamente el adjetivo de "kantiana". ¡Bis repetita non placent! Entre los dos centenares de Estados que forman su ONU, más de la mitad son autocráticos, despóticos y corruptos. No responden, en absoluto, a mi definición de Estado "republicano", lo que llaman ustedes "democrático". No importa qué adjetivo se les asigne, los Gobiernos controlados por una opinión pública son los únicos que me parecen dignos de formar una coalición para garantizar, en la medida de lo posible, la concordia internacional. Sin embargo, para incorporarse a la ONU, no se exigen ni la libertad de expresión, ni los derechos de las minorías, ni el respeto al individuo y el ciudadano. Esa asamblea planetaria no puede compararse con mi "federación de Estados republicanos". Su "comunidad atlántica" parece más próxima a mi proyecto: un conjunto de Estados democráticos y libres que excluyen el recurso a las armas entre ellos e intentan instaurar la paz a su alrededor, e incluso defenderla por medios militares. Berlín y París han roto esta solidaridad atlántica al invocar una supuesta legitimidad superior -el Consejo de Seguridad de la ONU-, pero yo no puedo servirles de aval. Su eje de la paz París-Berlín-Moscú-Pekín, en mi opinión, es una impostura, porque Moscú y Pekín tienen poco que ver con las normas "republicanas".
P. Antes de desearle una buena estancia en Bagdad, permítame, señor filósofo, una observación personal, no sobre sus ideas, sino sobre su tono. Da la impresión de que ha perdido esa calma distante que, según dicen, caracterizaba sus posturas. ¿No será que es otro quien habla por su boca? ¿Por qué esa agresividad? ¿De qué tiene miedo?
R. En mis tiempos, efectivamente, los debates decisivos eran más apagados, no eran, como dicen ustedes, "mediáticos"; el gran público no se interesaba por ellos, el pueblo se resignaba y suponía, como escribí, "que pensar no era asunto suyo". Desde entonces, después de varias guerras y revoluciones, los conflictos ideológicos han franqueado el muro de las universidades y han saltado a la plaza pública. "En el fondo, antes de nuestra época, no había actualidad", dijo Thomas Mann en plena guerra de 1914, al destacar que la manera de leer y, por tanto, de escribir se había transformado por completo. "Antes se leía con pasión, muchas veces, pero con una pasión más abstracta... Hoy, al leer, es posible sufrir convulsiones de odio y revuelta". Reconozca que mi tono, aunque es más agitado, todavía no llega a la convulsión.
P. Aun así, la universidad alemana le encontraría más tajante que de costumbre.
R. Lo que dice es que no encajo bien con mi caricatura. En París y Berlín, las cancillerías me atribuyen ideas que son todo lo contrario de lo que considero importante: la distinción entre la edad adulta de la Ilustración y la tutela oscurantista de los despotismos. El presunto "campo de la paz" prefería que Sadam Husein siguiera en su puesto, antes que ver traspasar las fronteras de Irak. Este principio de soberanía absoluta procede de mi adversario filosófico, Carl Schmitt. No de mí.
Schmitt decía que el Estado decide de forma soberana entre el Bien y el Mal, el Amigo y el Enemigo, lo Tolerable y lo Intolerable, y que ese dueño absoluto de las decisiones, que lo juzga todo, no puede ser juzgado por nada ni nadie. Así, por ejemplo, Carl Schmitt dio su aprobación a la toma del poder por parte de Mussolini y Hitler, y apuesto lo que sea a que Putin no es indiferente a los encantos de su "Estado totalitario". Schmitt no cree que haya crímenes contra la humanidad, sólo existen crímenes contra el Estado, definidos por el Estado. El juicio de Núremberg no se celebró por los crímenes nazis, sino que sólo fue, según Schmitt, una imposición arbitraria de los vencedores.
Afirmar, en nombre del respeto humano, que hay que interferir en los asuntos de un Estado asesino para detener una matanza o una escalada genocida, es proclamar -y yo estoy de acuerdo- que la libertad y la supervivencia de las poblaciones civiles importan más que la soberanía absoluta de los Estados. El derecho de injerencia constituye un pecado capital para los que defienden la capacidad de decisión del Estado como Carl Schmitt, pero es un deber ineludible (demasiadas veces olvidado) según su Declaración Universal de los Derechos Humanos, firmada en Ginebra en 1948.
P. Carl Schmitt ya no existe, usted está muerto, ¡concédale, desde su cielo estrellado, un alto el fuego académico!
R. Ni hablar. O él o yo. Europa duda ante esta elección: o se erige como polo, como potencia, y se apoya en una Rusia autocrática para oponerse a Estados Unidos, o la Unión Europea, a la que están incorporándose naciones con el recuerdo reciente del despotismo -y, por tanto, preocupadas por las libertades individuales-, trabaja en la construcción de un conjunto democrático mientras confía en que, un día, Rusia, Turquía y otros puedan respetar también las reglas del Estado de derecho. Ése es mi programa, Kant contra Carl Schmitt.

Chi tollerò Piazzale Loreto accetti la visita dentistica a Saddam

Riportiamo l'intervista di André Glucksmann sull'immagine di Saddam Hussein dopo il suo arresto, pubblicata sul Foglio di mercoledì 24 dicembre '03.

Parigi. “Chi, in Italia, non si è scandalizzato per la fine di Mussolini e l’esposizione del suo corpo a Piazzale Loreto non dovrebbe preoccuparsi troppo per le visite dentistiche di Saddam Hussein. Anche perché i crimini di Saddam sono infinitamente più terribili di quelli di Mussolini. Chi compiange Saddam Hussein e non ha un solo pensiero per le sue vittime, trasforma il boia in vittima. E’ il metodo che consente di dare una mano di bianco a ogni crimine contro l’umanità”. Il filosofo francese André Glucksmann non nasconde al Foglio il suo stupore per le prese di posizione di personaggi come il cardinal Raffaele Martino e Barbara Spinelli, editorialista della Stampa. Entrambi si sono proclamati offesi dall’uso delle immagini di Saddam dopo la cattura. “Trattato come una vacca cui si controllano i denti”, lo ha compianto Martino. “Umanità imbestialita dai modi dell’arresto e della successiva spettacolarizzazione”, “indicibile violenza”, ha tuonato la Spinelli. “La prima cosa da dire è che il violento è Saddam Hussein”, replica Glucksmann, “e che la sua cattura rappresenta una tripla vittoria dei diritti dell’uomo in Iraq. E’ una vittoria dell’uomo iracheno, prima di tutto. E’ una vittoria della pace, perché Saddam era comunque un pericolo, come dimostra la crudeltà verso il suo stesso popolo e verso i popoli vicini. Il terzo motivo di soddisfazione è che siamo entrati finalmente in un’era in cui i tiranni possono sempre meno contare sulla speranza di finire i loro giorni nel loro letto, nei loro palazzi. Grazie alla coalizione che ha condotto la guerra in Iraq, il nostro mondo tenta di rompere con il regime d’impunità accordato, nell’ultimo secolo, a Ubu e a tutti i suoi emuli”. Era certamente necessario mostrare al mondo il dittatore sanguinario ridotto all’impotenza, sia per rassicurare chi temeva la possibilità di un suo ritorno che per dissuadere i suoi sostenitori. Ecco perché tutte le discussioni su come e se farlo, secondo Glucksmann “denunciano una grande ipocrisia. Chi protesta dimentica di dire che non c’era altro modo di prenderlo che non fosse l’azione militare. Certo, immortalarlo con un cappello elegante e con la barba fatta sarebbe stato più gentile, ma un prigioniero è sempre un prigioniero, e una foto antropometrica è comunque una foto antropometrica. Fino a nuovo ordine, fotografare o riprendere prigionieri non è un crimine contro l’umanità. Come non lo è riprendere qualcuno dal dentista. Non so poi come immaginare la perfetta e rispettosa immagine, quella in grado di rassicurare tutti coloro che sembrano più colpiti dal modo in cui Saddam Hussein è stato ritratto che dai suoi crimini. La prima cosa che mi viene da rispondere a chi s’inalbera per quelle immagini è che la loro commozione è assai mal riposta. Negli stessi giorni della cattura di Saddam, in Ruanda è successo che degli hutu, già condannati per aver commesso atti di genocidio, hanno crocifisso, cioè hanno inchiodato come Cristo a una croce, alcuni sopravvissuti tutsi. Gli hutu erano da poco usciti di galera, su pressione della comunità internazionale”. Le fosse comuni? Non ricordo La vicenda dell’indignazione per le immagini di Saddam conferma Glucksmann nella sua idea che “i progressisti arabi siano assai meno bloccati e rigidi dei loro omologhi europei”, in sintonia col fatto che “le piazze europee si sono agitate molto più di quelle arabe contro la Casa Bianca”. Anche chi usa l’argomento del caos che tuttora imperverserebbe in Iraq, secondo Glucksmann ha la memoria corta: “Hanno già dimenticato le fosse comuni viste in televisione, di cui ogni giorno di più scopriamo il numero impressionante? Hanno dimenticato le innumerevoli sparizioni, deportazioni, mutilazioni e torture? C’è chi ancora vuole sostenere che Saddam fosse il male minore per il suo popolo. E’ falso. Saddam Hussein è stato, per l’Iraq, la più grande delle catastrofi”. Secondo Glucksmann è innegabile un rischio di revanscismo sunnita, “ma dobbiamo impegnarci a prevenirlo. E va registrato con soddisfazione, a questo proposito, il comportamento incoraggiante degli sciiti, che controllano la loro collera e non si abbandonano a vendette ed epurazioni”. Ma aggiunge: “Una volta dissipata la gioia per la cattura di Saddam Hussein, ho paura che una parte dell’Europa soccomberà di nuovo al suo demone favorito: cogliere in fallo gli Stati Uniti, in nome del sacrosanto principio di sovranità. Ma il diritto d’ingerenza in nome dei diritti umani, se è un peccato capitale agli occhi dei cultori della sovranità alla Carl Schmitt, è un dovere ineludibile secondo la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”.

André contro il pacisfismo «nichilista» ed «impotente»

Esce in Italia Occidente contro Occidente, pamphlet del filosofo e polemista francese Glucksmann. Argomenti (non tutti convincenti) «per chi è rimasto al 10 settembre 2001».

Personalmente, accolgo con immensa gratitudine ogni piccolo contributo di ragione che arresti l’insopportabile mainstream editoriale di questi mesi, caratterizzato da un inarrestabile antiamericanismo - il più ottuso, livido e fanatico che sia dato immaginare.

Se il conformismo delle maggioranze è generalmente fastidioso, quello delle minoranze è addirittura esiziale, perché associa alla debolezza, e alla prevedibilità degli argomenti, anche un accanito compiacimento di sé, e un’irriducibile pretesa di autoevidenza (la peggior nemica - come noto - di qualsivoglia retta argomentazione).

Tengo sempre a mente l’assennata legge di Murphy: «Un buono slogan (o un pessimo pamphlet, aggiungerei buttando un occhio agli scaffali) può bloccare l’analisi per quarant’anni».

Ben vengano dunque gli André Glucksmann: uomini d’intelletto che provano a tessere il filo di un ragionamento meno facile e scorbutico, e meno corrivo agli stereotipi di certe nicchie editoriali radical, ma infinitamente più lineare, più fertile e più capace d’analisi. Qualità che dovrebbe definire – senza tanti fronzoli e messianismi – il compito di un’intellettuale.

Occidente contro Occidente (pubblicato da Lindau) è un libello sulla guerra in Iraq, e soprattutto sulla geopolitica del ‘dopo 11 settembre’. L’autore - un intellettuale francese poco noto da questa parte delle Alpi - vi condensa alcune riflessioni, in tensione tra un rifiuto della vulgata pacifista di matrice new-global, e un atteggiamento pur sempre critico e mai subalterno verso la dottrina dei Wolfy-boys neoconservatori.
Tertium datur? Vediamo un po’…

Gli argomenti espressi da Glucksmann possono in sostanza ridursi a tre.

Argomento 1. Guerra vs. pace: un falso dilemma. L’alternativa non si pone tra un mondo in pace e un mondo in guerra. Crogiolarsi nell’utopia del non intervento, quando occorre usare la forza, segnala solo il rifiuto dell’assunzione di responsabilità.
La cultura del pacifismo ad oltranza, secondo Glucksmann, è figlia del nichilismo di chi non vuole rinunciare alla quiete del proprio privilegio, e dell’impotenza di chi ha dimenticato l’antico monito di Pascal: qualunque giustizia, senza una forza adeguata, è imbelle.

Argomento 2. L’Onu dei sogni. Nelle parole di chi si è opposto alla guerra in Iraq, l’intervento dell’Onu ha finito secondo Glucksmann per travalicare il proprio status: da opzione politica, diplomatica, militare, è divenuto una specie di dogma.
Glucksmann ricorda in proposito alcune semplici verità: che l’Onu è un’Istituzione storicamente nata per mantenere equilibri in un mondo bipolare (quello della Guerra Fredda), e che i suoi meccanismi di funzionamento (si pensi al Consiglio di Sicurezza e al sistema dei veti) sono stati concepiti per garantire lo stallo mondiale e la non-interferenza reciproca all’interno dei singoli blocchi, piuttosto che per agevolare l’adozione di interventi efficaci in uno scenario multilaterale.
Glucksmann ricorda inoltre alcuni casi emblematici in cui si rivelò tutta l’impotenza delle forze Onu (si pensi al conflitto nella ex-Jugoslavia), e casi in cui l’impiego di forze d’interposizione fu intenzionalmente impedito (Rwanda), con esiti apocalittici.

Argomento 3. La geopolitica di George Bush. Perché Bush ha invaso l’Iraq? Glucksmann allarga la prospettiva dall’obiettivo militare dell’intervento (la conquista di Baghdad), a quello geo-politico: la destabilizzazione dei disegni di egemonia pan-araba elaborati - con sfumature diverse e tra loro collidenti - dai Baathisti iracheni, dagli Ayatollah iraniani e dai terroristi di Al Qaeda.
Il conseguimento di un simile obiettivo, nevralgico per la difesa delle libertà democratiche su scala planetaria, è stato realizzato – sempre secondo Glucksmann - colpendo l’anello più debole (l’Iraq), nel momento opportuno, con costi e conseguenze obiettivamente accettabili. La veloce comparazione tra il conflitto iracheno e quello combattuto dai russi in Cecenia, segna indubbiamente un punto a favore del polemista francese.

Limiti. Il limite principale e più evidente del libro di Glucksmann è invece nella sua mancanza di aggiornamento (sarebbe bastata un’appendice, che so, una postfazione).
Scritto poco dopo la conclusione del conflitto iracheno, cioè prima della recrudescenza di attentati e atti ostili scatenati nelle città liberate, prima dei fatti di Spagna e durante l’effimera ripresa del dialogo isaelo-palestinese (erano i giorni della road-map e della tregua bilaterale), Occidente contro Occidente prescinde per forza di cose dagli avvenimenti più recenti, che avrebbero costituito un banco di prova molto duro - e proprio per questo necessario – delle proprie tesi geopolitiche. Enfatizzare l’efficacia e la risolutiva brevità delle operazioni militari svolte dagli anglo-americani, o ancora minimizzare le conseguenze determinate dal conflitto sullo scacchiere mediorientale (giunto nel frattempo in una fase di escalation quasi irreversibile) è oggi naturalmente molto più difficile. Non impossibile, intendiamoci: ma neppure semplice come potrebbe apparire leggendo un libro vecchio di un anno.
Il secondo limite è nella traduzione scombiccherata di Giorgia Bongiorno, che punisce un testo plausibilmente brillante, trasformandolo in una litania disgustosa. Come ascoltare un assolo di pianoforte con una radio dalle pile scariche. Detto per inciso, sarebbe il caso che gli editori la piantassero di straziare in questo modo i propri titoli.

Dubbi. La lettura di Glucksmann lascia almeno due dubbi.
Un primo punto di cedimento sta nell’estromissione del fattore-petrolio dal novero degli obiettivi geopolitici di Gorge W. Bush.
Certo, sarebbe una forzatura voler ridurre la guerra in Iraq ad un’operazione di accesso, brutalmente diretto e ‘semplificato’, ai giacimenti controllati da Saddam. La questione è più complessa, naturalmente, e ha un respiro strategico molto più ampio. Ma l’espunzione del petrolio dal carniere degli obiettivi dell’amministrazione Bush (al punto che nel libro la parola ‘petrolio’ non ricorre nemmeno una volta) suona davvero poco onesta.
Altro ‘non sequitur’, il legame che unirebbe l’intervento militare alla lotta contro il terrorismo. Un legame - coi ‘se’ e i ‘ma’ del caso - tutto da dimostrare.
Un conto è riconoscersi nella sostanza degli argomenti 1, 2 e 3 addotti da Glucksmann. Un altro lasciarsi fuorviare da rudimentali giochi retorici.
Tra individui dotati di ragione e discernimento, è possibile parlare con franchezza: l’obiettivo di Bush era l’estensione del controllo geopolitico americano sull’arco di crisi arabo. Punto. La guerra al terrorismo, in questo contesto, è un mero obiettivo di contorno, qualcosa a mezza via tra un pretesto e un (gradito) beneficio secondario. Ripartiamo di lì: senza grotteschi furori antiamericani, ma senza neppure voler fare a tutti i costi la figura degli ingenui.

Lorenzo Lasagna