Cari amici, chiamatemi Kim. Da noi sono Kim Jong Il, "il grande leader", la "stella polare della nazione"; figlio di Kim Il Sung, compagno di Stalin, "l'uomo da noi più amato", e di Mao, "il rosso sole degli oppressi". Dopo il crollo dell'Urss, papà ed io abbiamo vissuto momenti difficili. La Russia di Eltsin ci ha privato degli aiuti economici e si è messa a collaborare con la Cia per scandagliare i nostri segreti nucleari. Ma io ho riportato l'ordine, e l'arrivo di V.V.Putin ha ristabilito un minimo di buone maniere. Tra specialisti dei "servizi" ci si intende al volo, ci si scambiano visite. Vladimir non si è forse portato garante dei miei buoni sentimenti presso Bush, i cui consiglieri avevano vilipeso il mio genio? Immagino che abbiano ora corretto il loro errore e mi riconoscano un'astuzia non comune.
Non mi importa granché se a volte mi gratificate di epiteti quali "caparbio", "donnaiolo", "megalomane" ...può anche darsi che io sia ubriaco di potere, o paranoico. E con ciò? Considerate che non sono pazzo, bensì interessato ad apparire tale; e se mai lo fossi, ciò non danneggerebbe minimamente i miei punti di forza come capo di Stato. Non è affatto un male che si temano le mie imprevedibili alzate di testa. Io scommetto su quella che gli strateghi chiamano "razionalità dell'irrazionale". Quanto più gli altri subdorano che sto per deragliare, tanto più mi maneggeranno con cura, e spero, con rispetto. fare la parte del testardo, senza prestare alcuna attenzione agli argomenti, sragionare irremovibilmente - il classico comportamento da vaudeville, o da scenate coniugali - rende bene nei rapporti internazionali.
Come certo non ignorate, dal 1995 la carestia ha trasferito nel mondo dei più da 1 a 3 milioni dei miei beneamati compagni-sudditi, e pare che a volte i genitori abbiano mangiato i propri figli! Gli aiuti umanitari, incamerati dalla mia amministrazione, servono a nutrire il mio esercito di soldati-funzionari e di funzionari-soldati: "tutto per la patria e la sua guida!". Tutto per gli armamenti! Sul mercato mondiale, i miei missili fanno furore. Non dovete pensare che l'estrema miseria in cui ho precipitato il mio paese mi danneggi: anzi, è alla base della mia credibilità internazionale. I miei 11 mila pezzi d'artiglieria potrebbero potrebbero spianare Seul e infliggere danni considerevoli alle migliaia di GI appostati nella regione. Remember Pearl Harbor, ricordatevi di Manhattan! E non illudetevi che queste minacce siano gratuite, o che io sia trattenuto da qualche scrupolo. Chi affama milioni dei suoi non ha di queste esitazioni. Quanto più l'economia della nostra Repubblica Socialista regredisce verso l'età della pietra, tanto più io sono intoccabile: i nostri buoni cugini del sud non hanno nessuna voglia di sacrificare il loro benessere a una riunificazione rovinosa. Guardateli! manifestano contro i loro protettori americani e ...contro James Bond ! Ma mai contro di me, l'affamatore supremo. Il mio ragionamento non nasce dal nulla. Dal 1945, la spartizione del mondo era regolata dalla "dissuasione", "sull'orlo dell'abisso", tra avversari con capacità di Apocalisse nucleare. Ma oggi, se uno piccolo come me vuole sedersi alla tavola dei grandi, deve avere l'ardire di fare il guastafeste, di roteare il suo ciarpame di missili raffazzonati, i suoi gulag, le sue esecuzioni sommarie, i suoi affamati...Un terrore compatto e credibile, in funzione di second strike.
In occasione del nostro ultimo incontro, il compagno Putin si è sentito autorizzato a consigliarmi la prudenza. Sono scoppiato a ridere. Se la Russia, al secondo posto mondiale per arsenale nucleare e traffico d'armi, è cooptata al G7, è solo grazie alla sua formidabile capacità di nuocere. Ho guardato negli occhi Vladimir: non è più il tempo della pretesa leninista di incarnare il paradiso in terra; è finita anche la strategia stalin-brezneviana di mobilitazione del pianeta. Questi fantasmi di grandezza, né tu né nessun altro li prende più sul serio. I rapporti di forze sono ormai puri e semplici rapporti di nocività. E questo, nel mio piccolo, vale anche per me. Provate a infastidirmi, e rado al suolo i miei vicini. Putin ha strizzato l'occhio: aveva appena polverizzato Grozny. Quest'aura cosmica gli ha valso un ricevimento in pompa magna all'Accademia di Francia. E verrà anche il mio turno.
Cari amici, fate conto che esistono due categorie di umani: quelli come Milosevic e Saddam Hussein, che la pensano come me e sono colpevoli solo di mancare di argomenti atomici; e quelli che mi sostengono senza volerlo, gli "utili idioti" (Lenin), per i quali è sempre inopportuno agire, vuoi perché troppo presto (Saddam non ha ancora armi nucleari), vuoi perché è troppo tardi (io qualcuna la sto già puntando). Il futuro appartiene ai boss della mia stoffa: l'Onu, realista, ha appena eletto alla testa della Commissione per i diritti umani la Libia di Gheddafi. Quest'amabile collega, certo più ricco, ma nient'affatto più tenero di me, apre la pista. Ogni speranza è consentita. Noceo, ergo sum.
André Glucksmann.
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Sunday, August 26, 2007
Intervento di André Glucksmann all’incontro con Khalida Messaudi svoltosi a Strasburgo nel novembre 1997.
André Glucksmann: un nuovo crimine contro l’umanità.
Credo che noi dovremmo cercare di capire la solitudine degli algerini in Europa, e di Khalida in Francia, perché ci riguarda e ci accusa. Credo che sia la stessa solitudine che provò mia madre quando arrivò in Francia nel 1938. Mi raccontava che i rifugiati provenienti dalla Germania e dall'Austria, che dovevano fare nelle Prefetture I documenti per l'immigrazione, si scontravano con un'incomprensione totale da parte dei funzionari francesi. Ma lo sappiamo, l'inno nazionale all'epoca recitava: “tutto va bene, madama la marchesa". La solitudine delle persone che soffrivano nel proprio paese e che all'arrivo in Francia non erano assolutamente comprese, è la stessa che oggi provano tanti profughi, tanti esuli entrando in Europa. E' la stessa solitudine che per interi decenni hanno provato in Europa occidentale i dissidenti dell'Europa dell'est. Erano addirittura spaventati dall'incomprensione della brava gente di qui e dalle ingiurie di un certo numero di intellettuali un po' troppo partigiani. La stessa solitudine l'abbiamo vista sul viso di altri democratici all'epoca della guerra in Jugoslavia. E' vero che le manifestazioni di Algeri di questi giorni, di cui la stampa tace, sono sicuramente meno affollate di quelle recenti di Belgrado che sono state seguite dalla stampa. Ricordiamoci però che ci furono altre manifestazioni a Belgrado, nel 1991-92, quando poco mancò che gli studenti facessero cadere Milosevic, manifestazioni che si svolsero nel silenzio gelido di stampa e istituzioni europee. Oggi sappiamo qual è stato poi il prezzo di quel mancato sostegno ai democratici di Belgrado: la guerra in Jugoslavia, una guerra che è finita solo "con lo sbarco" degli americani.
Credo che noi siamo vittime del nostro stesso silenzio. Quando, davanti all'Algeria, l'Europa non dice nulla, non fa che demoralizzare se stessa.
In questa occasione vorrei dire quali iniziative, a mio avviso, si potrebbero prendere. La prima è chiamare per nome quel che succede. Quelli che hanno luogo sono crimini integralisti islamisti. Il fatto che si compiano con la complicità di chi, esercito e governo, potrebbe impedirli e non lo fa, non rende meno esatta l'attribuzione di responsabilità. E’ un tipo di crimine che si va estendendo e che presenta aspetti di novità impressionanti. Certo, la storia ci dice che noi conosciamo crimini di questo genere. Ci ricordiamo che Franco, per Instaurare il fascismo in Spagna, si richiamava a Cristo Re; sappiamo che nella nostra storia ci sono state le guerre di religione e che nella notte di San Bartolomeo i protestanti furono sgozzati in nome dell'unità del regno cristianissimo. Quello fu un crimine d'amore di Dio. Ciò nonostante in quello che sta avvenendo ci sono caratteristiche nuove. In primo luogo, il crimine è dimostrativo, non ci si nasconde dopo averlo commesso, ma lo si rivendica apertamente. Quando Hitler fece i campi, li fece "nacht und nebel", di notte e con la nebbia, senza farli vedere. Quando Stalin fece assassinare Trotzky o le migliaia di ufficiali polacchi a Katyn, non rivendicò il proprio crimine. In secondo luogo, questi nuovi crimini presentano un simbolismo religioso. Tagliare il dito vuoi dire Impedire al morto di entrare paradiso. Tagliare a pezzi un bambino è un messaggio al popolo del Libro per significare l'inversione del sacrificio di Abramo, quando Dio cambiò il figlio con un montone. Qui l'assassino ci dice: “Io trasformo il montone in bambino". E' un messaggio psicologicamente terrorizzante ai popoli dei Libro. Infine tale crimine porta in sé una specie di razionalità apocalittica: la distruzione è il mezzo per prendere il potere, sulle anime col terrore e nelle città col disordine. Certo, non è soltanto un crimine islamista: ci sono fanatici di altre religioni che potrebbero commetterlo. E’ successo non molto lontano dalla tomba di Abramo, quando un ebreo ha ucciso tanti musulmani sparando loro alla schiena mentre erano in preghiera. E naturalmente non possiamo nemmeno pensare che sia un crimine che coinvolga l'islam nel suo complesso. Alcuni teologi del Cairo hanno detto: "E' blasfemo invocare Dio per tagliare un bambino a pezzi". Ora, questo crimine teologico-politico, questo modo di uccidere In nome di giustificare il massacro delle popolazioni come un'offerta a Dio, merita di essere isolato in quanto tale e di essere caratterizzato, allo stesso modo dei crimini razzisti, come crimine contro l’umanità, perseguibile per sempre perché non può esserci prescrizione per un tale orrore. Credo che l'Europa abbia fatto, nella sua storia e in questo secolo in particolare, una sufficiente esperienza dell’orrore per poter affermare che non si potrà riportare la pace laddove le persone sono state trucidate in tal modo senza che questa operazione abbia a fondamento il rigetto definitivo, di principio, di tali crimini da parte di tutte le parti causa e la definizione di ciò che deve essere assolutamente interdetto. E' questa la condizione necessaria per un negoziato in Algeria. Non c'è nulla di rassicurante nel fatto che il Fis proclami una tregua nelle operazioni militari, quando queste consistono nel fare strage di bambini. Una tregua non è che una tregua! Non ci sarà pace in Algeria se tutte le autorità morali e religiose, tutti i partiti politici, e in particolare quelli che si richiamano all'islam, non condanneranno definitivamente, una volta per tutte urbi et orbi, questi crimini contro l'umanità. Restare in silenzio, al contrario vorrà dire per l'Europa dare le dimissioni da se stessa, dalla sua storia, dal suo pensiero.
Riguardo poi all'esigenza di capire quali iniziative concrete possiamo intraprendere a favore dell'Algeria, credo dovremmo innanzitutto seguire il consiglio di Khalida di riuscire a contare fino a tre, non solo fino a due. E’ un consiglio che vale adesso per l'Algeria, ma che ieri valeva per i dissidenti. Ricordatevi di Stalin quando chiese: "Quante divisioni ha il Papa?". Anche lui sapeva contare solo fino a due: gli americani avevano le loro divisioni, i sovietici anche, il papa non aveva divisioni. E neanche il sindacato Solidarnosc aveva divisioni, neanche Vaclav Havel aveva divisioni, era uno scrittore e aveva solo un portapenne. Ebbene, quel calcolo di Stalin e dei suoi successori, che fu anche, per lungo tempo, quello delle cancellerie occidentali, era un calcolo da imbecilli. A far cadere l'impero sovietico non sono stati solo gli Stati Uniti, ma anche i Sacharov, i Solzenicyn, i dissidenti dell'est, tutti coloro che per tanto tempo furono solo oggetto dei disprezzo dei dittatori sovietici e non solo di loro. Anche Giscard d'Estaing li considerava meno di niente. Impariamo a contare fino a tre, insegniamo agli altri a contare fino a tre e allora sapremo cosa fare. In Algeria non ci sono solo gli islamisti terroristi e l'esercito corrotto, c'è anche una società civile che cerca di vivere: insegnanti che vogliono insegnare, cantanti che vogliono cantare, giornalisti che vogliono scrivere e medici che vogliono operare e ricevere libri dall'Occidente senza problemi. E ci sono donne che vogliono passeggiare senza velo, ci sono tanti algerini che vogliono vivere civilmente in una società dove non si possa uccidere a ogni angolo di strada. Sono loro che dobbiamo sostenere.
Ha ragione Khalida a sentirsi sola? Purtroppo sì. Quando un consigliere municipale è stato assassinato mentre era tenuto in ostaggio, tutti i paesi Baschi e tutta la Spagna sono scesi in strada; lo stesso è successo in Belgio per alcuni crimini di pedofilia assolutamente orribili; quando in Algeria otto maestre sono state sgozzate davanti al loro alunni su Le Monde sono comparse solo cinque righe. E' impossibile non concludere che in Europa usiamo due pesi e due misure. Consideriamo normale per l'Algeria ciò che non accetteremmo mai per I’Europa. Diamo delle spiegazioni per gli algerini che non daremmo mai per gli europei. Immaginatevi che in Europa un sociologo spieghi: "Sì, sì, d'accordo, fanno a pezzi i bambini, ma la ragione è che sono disoccupati, oppure "perché è stati interrotto il processo elettorale. In realtà sappiamo benissimo che sul nostro pianeta i paesi in cui non c'è una democrazia regolare sono la maggioranza e sappiamo anche che non dappertutto vengono commessi questi crimini contro l'umanità. Quindi la spiegazione secondo cui sarebbe normale che si uccidano i bambini e si sventrino le donne poiché c’è la disoccupazione o perché il governo è corrotto e trucca le elezioni rivela solo che si considerano gli algerini allo stesso modo in cui a suo tempo li consideravano i colonialisti francesi, cioè bougnouls [termine che significa "nordafricani" ma con una forte carica spregiativa, ndr]
Credo che noi dovremmo cercare di capire la solitudine degli algerini in Europa, e di Khalida in Francia, perché ci riguarda e ci accusa. Credo che sia la stessa solitudine che provò mia madre quando arrivò in Francia nel 1938. Mi raccontava che i rifugiati provenienti dalla Germania e dall'Austria, che dovevano fare nelle Prefetture I documenti per l'immigrazione, si scontravano con un'incomprensione totale da parte dei funzionari francesi. Ma lo sappiamo, l'inno nazionale all'epoca recitava: “tutto va bene, madama la marchesa". La solitudine delle persone che soffrivano nel proprio paese e che all'arrivo in Francia non erano assolutamente comprese, è la stessa che oggi provano tanti profughi, tanti esuli entrando in Europa. E' la stessa solitudine che per interi decenni hanno provato in Europa occidentale i dissidenti dell'Europa dell'est. Erano addirittura spaventati dall'incomprensione della brava gente di qui e dalle ingiurie di un certo numero di intellettuali un po' troppo partigiani. La stessa solitudine l'abbiamo vista sul viso di altri democratici all'epoca della guerra in Jugoslavia. E' vero che le manifestazioni di Algeri di questi giorni, di cui la stampa tace, sono sicuramente meno affollate di quelle recenti di Belgrado che sono state seguite dalla stampa. Ricordiamoci però che ci furono altre manifestazioni a Belgrado, nel 1991-92, quando poco mancò che gli studenti facessero cadere Milosevic, manifestazioni che si svolsero nel silenzio gelido di stampa e istituzioni europee. Oggi sappiamo qual è stato poi il prezzo di quel mancato sostegno ai democratici di Belgrado: la guerra in Jugoslavia, una guerra che è finita solo "con lo sbarco" degli americani.
Credo che noi siamo vittime del nostro stesso silenzio. Quando, davanti all'Algeria, l'Europa non dice nulla, non fa che demoralizzare se stessa.
In questa occasione vorrei dire quali iniziative, a mio avviso, si potrebbero prendere. La prima è chiamare per nome quel che succede. Quelli che hanno luogo sono crimini integralisti islamisti. Il fatto che si compiano con la complicità di chi, esercito e governo, potrebbe impedirli e non lo fa, non rende meno esatta l'attribuzione di responsabilità. E’ un tipo di crimine che si va estendendo e che presenta aspetti di novità impressionanti. Certo, la storia ci dice che noi conosciamo crimini di questo genere. Ci ricordiamo che Franco, per Instaurare il fascismo in Spagna, si richiamava a Cristo Re; sappiamo che nella nostra storia ci sono state le guerre di religione e che nella notte di San Bartolomeo i protestanti furono sgozzati in nome dell'unità del regno cristianissimo. Quello fu un crimine d'amore di Dio. Ciò nonostante in quello che sta avvenendo ci sono caratteristiche nuove. In primo luogo, il crimine è dimostrativo, non ci si nasconde dopo averlo commesso, ma lo si rivendica apertamente. Quando Hitler fece i campi, li fece "nacht und nebel", di notte e con la nebbia, senza farli vedere. Quando Stalin fece assassinare Trotzky o le migliaia di ufficiali polacchi a Katyn, non rivendicò il proprio crimine. In secondo luogo, questi nuovi crimini presentano un simbolismo religioso. Tagliare il dito vuoi dire Impedire al morto di entrare paradiso. Tagliare a pezzi un bambino è un messaggio al popolo del Libro per significare l'inversione del sacrificio di Abramo, quando Dio cambiò il figlio con un montone. Qui l'assassino ci dice: “Io trasformo il montone in bambino". E' un messaggio psicologicamente terrorizzante ai popoli dei Libro. Infine tale crimine porta in sé una specie di razionalità apocalittica: la distruzione è il mezzo per prendere il potere, sulle anime col terrore e nelle città col disordine. Certo, non è soltanto un crimine islamista: ci sono fanatici di altre religioni che potrebbero commetterlo. E’ successo non molto lontano dalla tomba di Abramo, quando un ebreo ha ucciso tanti musulmani sparando loro alla schiena mentre erano in preghiera. E naturalmente non possiamo nemmeno pensare che sia un crimine che coinvolga l'islam nel suo complesso. Alcuni teologi del Cairo hanno detto: "E' blasfemo invocare Dio per tagliare un bambino a pezzi". Ora, questo crimine teologico-politico, questo modo di uccidere In nome di giustificare il massacro delle popolazioni come un'offerta a Dio, merita di essere isolato in quanto tale e di essere caratterizzato, allo stesso modo dei crimini razzisti, come crimine contro l’umanità, perseguibile per sempre perché non può esserci prescrizione per un tale orrore. Credo che l'Europa abbia fatto, nella sua storia e in questo secolo in particolare, una sufficiente esperienza dell’orrore per poter affermare che non si potrà riportare la pace laddove le persone sono state trucidate in tal modo senza che questa operazione abbia a fondamento il rigetto definitivo, di principio, di tali crimini da parte di tutte le parti causa e la definizione di ciò che deve essere assolutamente interdetto. E' questa la condizione necessaria per un negoziato in Algeria. Non c'è nulla di rassicurante nel fatto che il Fis proclami una tregua nelle operazioni militari, quando queste consistono nel fare strage di bambini. Una tregua non è che una tregua! Non ci sarà pace in Algeria se tutte le autorità morali e religiose, tutti i partiti politici, e in particolare quelli che si richiamano all'islam, non condanneranno definitivamente, una volta per tutte urbi et orbi, questi crimini contro l'umanità. Restare in silenzio, al contrario vorrà dire per l'Europa dare le dimissioni da se stessa, dalla sua storia, dal suo pensiero.
Riguardo poi all'esigenza di capire quali iniziative concrete possiamo intraprendere a favore dell'Algeria, credo dovremmo innanzitutto seguire il consiglio di Khalida di riuscire a contare fino a tre, non solo fino a due. E’ un consiglio che vale adesso per l'Algeria, ma che ieri valeva per i dissidenti. Ricordatevi di Stalin quando chiese: "Quante divisioni ha il Papa?". Anche lui sapeva contare solo fino a due: gli americani avevano le loro divisioni, i sovietici anche, il papa non aveva divisioni. E neanche il sindacato Solidarnosc aveva divisioni, neanche Vaclav Havel aveva divisioni, era uno scrittore e aveva solo un portapenne. Ebbene, quel calcolo di Stalin e dei suoi successori, che fu anche, per lungo tempo, quello delle cancellerie occidentali, era un calcolo da imbecilli. A far cadere l'impero sovietico non sono stati solo gli Stati Uniti, ma anche i Sacharov, i Solzenicyn, i dissidenti dell'est, tutti coloro che per tanto tempo furono solo oggetto dei disprezzo dei dittatori sovietici e non solo di loro. Anche Giscard d'Estaing li considerava meno di niente. Impariamo a contare fino a tre, insegniamo agli altri a contare fino a tre e allora sapremo cosa fare. In Algeria non ci sono solo gli islamisti terroristi e l'esercito corrotto, c'è anche una società civile che cerca di vivere: insegnanti che vogliono insegnare, cantanti che vogliono cantare, giornalisti che vogliono scrivere e medici che vogliono operare e ricevere libri dall'Occidente senza problemi. E ci sono donne che vogliono passeggiare senza velo, ci sono tanti algerini che vogliono vivere civilmente in una società dove non si possa uccidere a ogni angolo di strada. Sono loro che dobbiamo sostenere.
Ha ragione Khalida a sentirsi sola? Purtroppo sì. Quando un consigliere municipale è stato assassinato mentre era tenuto in ostaggio, tutti i paesi Baschi e tutta la Spagna sono scesi in strada; lo stesso è successo in Belgio per alcuni crimini di pedofilia assolutamente orribili; quando in Algeria otto maestre sono state sgozzate davanti al loro alunni su Le Monde sono comparse solo cinque righe. E' impossibile non concludere che in Europa usiamo due pesi e due misure. Consideriamo normale per l'Algeria ciò che non accetteremmo mai per I’Europa. Diamo delle spiegazioni per gli algerini che non daremmo mai per gli europei. Immaginatevi che in Europa un sociologo spieghi: "Sì, sì, d'accordo, fanno a pezzi i bambini, ma la ragione è che sono disoccupati, oppure "perché è stati interrotto il processo elettorale. In realtà sappiamo benissimo che sul nostro pianeta i paesi in cui non c'è una democrazia regolare sono la maggioranza e sappiamo anche che non dappertutto vengono commessi questi crimini contro l'umanità. Quindi la spiegazione secondo cui sarebbe normale che si uccidano i bambini e si sventrino le donne poiché c’è la disoccupazione o perché il governo è corrotto e trucca le elezioni rivela solo che si considerano gli algerini allo stesso modo in cui a suo tempo li consideravano i colonialisti francesi, cioè bougnouls [termine che significa "nordafricani" ma con una forte carica spregiativa, ndr]
Ovest contro Ovest
di André Glucksmann
In visita a Parigi l'11 febbraio, Vladimir Putin, promosso nuovo arcangelo della pace, ha detto di voler «segnare questo giorno con una pietra bianca», salutando in Jacques Chirac, un grande leader che «si emancipa dalla logica dei blocchi». L'idea di Chirac capo del dopo guerra fredda seduce. Ma c'è una cosa da sottolineare: dato che il blocco comunista è scomparso dal 1990, quello spaccato dal presidente francese è il blocco democratico. Quindi, Vladimir Putin si è congratulato con l'uomo che a suo parere ha posto fine all'Alleanza atlantica. La Nato è un vestigio, l'Europa deve "liberarsi" dalla tutela americana, non c'è più un nemico comune per saldare insieme bevitori di vino e amanti della Coca-Cola. Dal Café du Commerce all'Eliseo, si ironizza su un discorso che mescola in politica il bene e il male, la giustizia e l'ingiustizia, la libertà e la dittatura. Nei salotti parigini si punta a una visione "premoderna" del mondo. A Parigi e a Berlino, è più corretto trovare un'intesa con il "postmoderno" Putin che con il "fondamentalista" Bush, portatore di un messianesimo che ripugna alle nostre tradizioni tanto sagge, laiche e realiste.
Gli stereotipi secolari fioriscono a mazzetti. L'America vi appare analfabeta, cowboy, fanaticamente religiosa e cinicamente pragmatica, governata da un cervellino da passero e da un clan di falchi, interessata solo al petrolio ma anche a un disegno idealista: insomma, un'egemonia in piena ascesa e un impero parassitario in decadenza terminale... Poco importa se gli argomenti sono contraddittori: tutti arrivano alla conclusione che Bush è il nemico numero uno dell'umanità, mentre Saddam, per quanto ci si degni di riconoscerlo mortifero, conta quanto il due di coppe. Per la prima volta dal 1945, la frattura Ovest-Ovest divide la politica mondiale.
I governi che intonano la grande aria del "diritto" contrapposto alla forza sembrano più ipocriti che veri. Mosca rade al suolo una capitale. Pechino mette a sacco il Tibet e la provincia degli Uigurs e non ha mai espresso rammarico per il sangue degli studenti versato a Tien Anmen. E la Siria occupa il Libano. Bella compagnia! Felice alleanza per Parigi e Berlino! Ciascuno è padrone a casa sua, a ogni macellaio il suo gregge e i suoi mattatoi.
Ridotto a principio di sovranità, il "diritto internazionale" garantisce a Saddam la possibilità di gasare i suoi e di massacrare ad libitum, e a Putin il permesso di portare avanti fino al genocidio le sue sedicenti "operazioni antiterroristiche". I manifestanti pacifisti che ripetono in coro il ritornello del "diritto internazionale" sostengono uno status quo violento e bellicoso. Compiango il mio amico Joschka Fischer, che alcuni anni fa ebbe il coraggio di prendere di contropiede i Verdi. Allora spiegò che peggio della guerra era Auschwitz, il terrore e la servitù senza fine. E concluse indicando la necessità di soffocare in nuce un'escalation verso l'inumano, bloccando manu militari il dittatore di Belgrado. Ora che è diventato ministro considera Saddam più umano, meno pericoloso di Milosevic per il suo popolo e per il mondo?
Compiango il mio presidente Jacques Chirac per aver dimenticato la sua audacia di fronte a quello stesso Milosevic. Ha affermato che un disarmo radicale porterebbe ipso facto alla caduta di Saddam, poiché il disarmo presuppone la trasparenza, e le dittature non resistono a lungo alla trasparenza. È giusto, ma un ragionamento del genere deve essere portato fino in fondo. Il suo buon senso non è sfuggito a Saddam Hussein, ben consapevole del fatto che abbassando le armi, firmerebbe la sua sentenza di morte. A meno di non prestargli pulsioni suicide, di cui non ha mai dato prova, bisogna concludere che abbia fatto di tutto per mantenere il suo potenziale di distruzione e perpetuare il gioco a rimpiattino nel quale eccelle da più di 12 anni. Senza la minaccia militare, le ispezioni sarebbero state votate al fallimento. Rifiutando ogni ultimatum, Francia e Germania sembravano scommettere sulla buona volontà dell'"ispezionato". Strano "schieramento della pace", che rifiuta di disarmare un guerrafondaio matricolato.
Per mezzo secolo, il potere di devastazione massiccia è stato monopolizzato e bloccato da alcune potenze nucleari. Ma dall'11 settembre è alla portata di molti. Non solo il terrorismo sta raggiungendo una dimensione mai vista prima, ma le armi biologiche, chimiche e persino atomiche "fatte in casa" consentono ai predatori di guardarsi le spalle al minor costo. Bin Laden asserragliato nelle grotte di Tora Bora fa rustico. Più promettente la soluzione di Kim Jong Il, rifugiato nel suo silo nucleare. Programmare l'abbinamento di un terrorismo alla Bin Laden a una santuarizzazione alla Kim: ecco una cosa che Saddam non poteva né preparare né concepire. L'uomo ha troppi scrupoli, è dedito all'amore del prossimo e certe ambizioni gli sono estranee. Nascondiamo pure, come gli struzzi, la tv nella sabbia, evitando soprattutto di vedere ciò che incombe.
* scrittore e filosofo traduzione di Elisabetta Horvat .
In visita a Parigi l'11 febbraio, Vladimir Putin, promosso nuovo arcangelo della pace, ha detto di voler «segnare questo giorno con una pietra bianca», salutando in Jacques Chirac, un grande leader che «si emancipa dalla logica dei blocchi». L'idea di Chirac capo del dopo guerra fredda seduce. Ma c'è una cosa da sottolineare: dato che il blocco comunista è scomparso dal 1990, quello spaccato dal presidente francese è il blocco democratico. Quindi, Vladimir Putin si è congratulato con l'uomo che a suo parere ha posto fine all'Alleanza atlantica. La Nato è un vestigio, l'Europa deve "liberarsi" dalla tutela americana, non c'è più un nemico comune per saldare insieme bevitori di vino e amanti della Coca-Cola. Dal Café du Commerce all'Eliseo, si ironizza su un discorso che mescola in politica il bene e il male, la giustizia e l'ingiustizia, la libertà e la dittatura. Nei salotti parigini si punta a una visione "premoderna" del mondo. A Parigi e a Berlino, è più corretto trovare un'intesa con il "postmoderno" Putin che con il "fondamentalista" Bush, portatore di un messianesimo che ripugna alle nostre tradizioni tanto sagge, laiche e realiste.
Gli stereotipi secolari fioriscono a mazzetti. L'America vi appare analfabeta, cowboy, fanaticamente religiosa e cinicamente pragmatica, governata da un cervellino da passero e da un clan di falchi, interessata solo al petrolio ma anche a un disegno idealista: insomma, un'egemonia in piena ascesa e un impero parassitario in decadenza terminale... Poco importa se gli argomenti sono contraddittori: tutti arrivano alla conclusione che Bush è il nemico numero uno dell'umanità, mentre Saddam, per quanto ci si degni di riconoscerlo mortifero, conta quanto il due di coppe. Per la prima volta dal 1945, la frattura Ovest-Ovest divide la politica mondiale.
I governi che intonano la grande aria del "diritto" contrapposto alla forza sembrano più ipocriti che veri. Mosca rade al suolo una capitale. Pechino mette a sacco il Tibet e la provincia degli Uigurs e non ha mai espresso rammarico per il sangue degli studenti versato a Tien Anmen. E la Siria occupa il Libano. Bella compagnia! Felice alleanza per Parigi e Berlino! Ciascuno è padrone a casa sua, a ogni macellaio il suo gregge e i suoi mattatoi.
Ridotto a principio di sovranità, il "diritto internazionale" garantisce a Saddam la possibilità di gasare i suoi e di massacrare ad libitum, e a Putin il permesso di portare avanti fino al genocidio le sue sedicenti "operazioni antiterroristiche". I manifestanti pacifisti che ripetono in coro il ritornello del "diritto internazionale" sostengono uno status quo violento e bellicoso. Compiango il mio amico Joschka Fischer, che alcuni anni fa ebbe il coraggio di prendere di contropiede i Verdi. Allora spiegò che peggio della guerra era Auschwitz, il terrore e la servitù senza fine. E concluse indicando la necessità di soffocare in nuce un'escalation verso l'inumano, bloccando manu militari il dittatore di Belgrado. Ora che è diventato ministro considera Saddam più umano, meno pericoloso di Milosevic per il suo popolo e per il mondo?
Compiango il mio presidente Jacques Chirac per aver dimenticato la sua audacia di fronte a quello stesso Milosevic. Ha affermato che un disarmo radicale porterebbe ipso facto alla caduta di Saddam, poiché il disarmo presuppone la trasparenza, e le dittature non resistono a lungo alla trasparenza. È giusto, ma un ragionamento del genere deve essere portato fino in fondo. Il suo buon senso non è sfuggito a Saddam Hussein, ben consapevole del fatto che abbassando le armi, firmerebbe la sua sentenza di morte. A meno di non prestargli pulsioni suicide, di cui non ha mai dato prova, bisogna concludere che abbia fatto di tutto per mantenere il suo potenziale di distruzione e perpetuare il gioco a rimpiattino nel quale eccelle da più di 12 anni. Senza la minaccia militare, le ispezioni sarebbero state votate al fallimento. Rifiutando ogni ultimatum, Francia e Germania sembravano scommettere sulla buona volontà dell'"ispezionato". Strano "schieramento della pace", che rifiuta di disarmare un guerrafondaio matricolato.
Per mezzo secolo, il potere di devastazione massiccia è stato monopolizzato e bloccato da alcune potenze nucleari. Ma dall'11 settembre è alla portata di molti. Non solo il terrorismo sta raggiungendo una dimensione mai vista prima, ma le armi biologiche, chimiche e persino atomiche "fatte in casa" consentono ai predatori di guardarsi le spalle al minor costo. Bin Laden asserragliato nelle grotte di Tora Bora fa rustico. Più promettente la soluzione di Kim Jong Il, rifugiato nel suo silo nucleare. Programmare l'abbinamento di un terrorismo alla Bin Laden a una santuarizzazione alla Kim: ecco una cosa che Saddam non poteva né preparare né concepire. L'uomo ha troppi scrupoli, è dedito all'amore del prossimo e certe ambizioni gli sono estranee. Nascondiamo pure, come gli struzzi, la tv nella sabbia, evitando soprattutto di vedere ciò che incombe.
* scrittore e filosofo traduzione di Elisabetta Horvat .
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Diritti: perché oggi sono minacciati.
Il mondo arretra su libertà ed eguaglianza.
Intervista ad André Glucksmann a cura di Fabio Gambaro in la Repubblica 26 maggio 2004
«Il primo diritto di ogni uomo è quello di lottare contro l´inumanità della sua condizione». E´ sulla base di questa convinzione che André Glucksmann si è sempre battuto in difesa dei diritti dell´uomo. Negli anni Settanta, ad esempio, il filosofo francese, che fu uno dei rappresentanti di punta dei nouveaux philosophes, riuscì a mobilitare l´opinione pubblica internazionale in favore dei boat people vietnamiti e dei dissidenti sovietici. Da allora non ha smesso di riflettere alla questione dei diritti umani e alle modalità della loro difesa ai quattro angoli del pianeta: «La battaglia per i diritti umani», ci dice, «non può essere fondata su un´ideale astratto dell´uomo o dell´umanità. Al contrario, tale difesa deve essere motivata solo dall´esperienza di ciò che è inumano. Si può dire persino che l´universalità dei diritti dell´uomo sta soprattutto nell´universalità dell´inumano. Ecco perché i diritti non devono servire alla costruzione di un qualunque paradiso in terra, ma solo a combattere, per quanto possibile, l´inferno che ci troviamo di fronte. Non è l´idea di un bene supremo che mobilita gli uomini, ma la resistenza al male».
E´ una posizione scevra di ogni idealismo...
«Esattamente. Sono sempre stato senza illusioni e lontanissimo dall´idealismo presente nella Dichiarazione dei diritti dell´uomo, elaborata dalla rivoluzione francese nel 1789. Lo stesso vale anche per alcune delle persone che hanno condiviso le mie battaglie, come Bernard Kouchner o Michel Foucault. Quest´ultimo aveva sempre criticato ogni definizione idealistica o metafisica dell´uomo, tanto che era considerato il portavoce dell´antiumanesimo e dell´idea della morte dell´uomo. Di conseguenza, non poteva certo aderire alla concezione dei diritti dell´uomo elaborata nel XVIII e XIX secolo, la quale postulava la promozione di un ideale umano. Una simile prospettiva ci sembrava molto coloniale, non potevamo assolutamente condividerla. Inoltre, di fronte a un ideale vago, le offese e le minacce che pesano sull´uomo - vale a dire i campi di concentramento, le torture, le umiliazione e le oppressioni - ci apparivano come realtà tremendamente concrete e universali».
La crisi delle ideologie totalizzanti ha favorito questa presa di coscienza?
«Certamente. In Francia ciò è avvenuto a metà degli anni Settanta, facilitando l´attenzione per i diritti dell´uomo in un´ottica non idealistica né ideologica. La nostra era una prospettiva pragmatica che, proprio per questo, riusciva a coinvolgere personalità molto diverse. Ad esempio, alla difesa dei boat people aderirono intellettuali ideologicamente molto distanti come Raymond Aron e Jean Paul Sartre».
Il richiamo alla Dichiarazione dei diritti dell´uomo del 1789 rimase però importante?
«Certo, anche se cercammo di denunciarne le ambiguità e le ingenuità. Per noi il dato essenziale era l´idea stessa di dichiarazione. La Costituzione del 1793 fondava la necessità di dichiarare i diritti inalienabili dell´uomo sull´esperienza e sul ricordo del dispotismo che aveva preceduto la rivoluzione. Per non ricadere negli orrori del passato, si ribadiva la necessità di alcuni diritti universali come la libertà, l´eguaglianza, la sicurezza o la proprietà. Evidentemente, come è stato segnalato più volte, ognuno di questi diritti può entrare in conflitto con gli altri, creando non pochi problemi. I quali però possono essere superati nel momento in cui questi non vengono invocati in maniera astratta, ma utilizzati concretamente per opporsi alla volontà di annichilire l´uomo. Questo, per altro, è un atteggiamento che nasce ben prima della rivoluzione francese».
Può spiegarsi meglio?
«In fondo, all´origine dell´idea dei diritti dell´uomo c´è l´Europa laica nata alla fine delle guerre di religione. Accettando la pluralità dei culti, gli uomini decisero di evitare nuovi massacri e nuovi fanatismi. La famosa frase di Enrico IV, "Parigi vale bene una messa" esprime la preoccupazione di evitare il peggio. Si riconosceva un diritto per evitare che gli uomini patissero nuove violenze. In seguito, l´idea dei diritti dell´uomo è presente implicitamente anche in scrittori come Racine, Boileau o Molière, scrittori moralisti nel senso inteso da Nietzsche, vale a dire capaci di scrutare le zone oscure dell´animo umano. E la difesa dei diritti dell´uomo si fonda proprio sulla capacità di fronteggiare ciò che di più inumano c´è negli uomini».
Tra gli autori contemporanei, quali hanno contribuito alla sua riflessione?
«Ho trovato spunti interessanti in molti testi. Penso ad esempio al Viaggio in Congo di Gide o ad alcuni scritti di Sartre. Ma anche alla riflessione di Charles Péguy sulla rivoluzione russa del 1905, dove interpretava quei moti non come una lotta per il potere, ma come una lotta per essere rispettati dal potere».
E´ questo il nocciolo duro dei diritti dell´uomo?
«Sì, il nostro primo diritto è quello di combattere l´inumano e di resistere all´oppressione obbligando il potere a rispettare l´uomo. Ciò implica la difesa di alcune libertà fondamentali, che consentono il progresso democratico. L´uomo deve sempre avere la possibilità di difendere la propria dignità, pur nella coscienza che si tratta sempre di una possibilità relativa, la quale è oggi più marcata nei paesi occidentali».
Anche questi però non sempre rispettano i diritti dell´uomo, come mostra lo scandalo delle torture in Iraq...
«E´ vero, il rispetto assoluto dei diritti umani non esiste. Anche i paesi democratici a volte li calpestano. Ma una democrazia garantisce sempre a coloro che vogliono far rispettare i diritti la possibilità di esprimersi e farsi ascoltare dall´opinione pubblica. La democrazia non è una realtà perfetta, ma una realtà in cui è possibile denunciare chi viola i diritti. Oggi questa possibilità è più estesa che in passato. Negli Stati Uniti le torture vengono denunciate e ci saranno delle condanne. Durante la guerra d´Algeria, la Francia ha torturato senza problemi e mai nessun militare è stato processato. Naturalmente, poi c´è anche chi sfrutta in maniera distorta o pretestuosa il tema dei diritti dell´uomo. La Russia, ad esempio, vuole fare condannare le atrocità commesse dagli americani nelle prigioni irachene, ma contemporaneamente rifiuta ogni ingerenza in Cecenia, dove le torture sono una pratica ricorrente da almeno dieci anni».
Intervista ad André Glucksmann a cura di Fabio Gambaro in la Repubblica 26 maggio 2004
«Il primo diritto di ogni uomo è quello di lottare contro l´inumanità della sua condizione». E´ sulla base di questa convinzione che André Glucksmann si è sempre battuto in difesa dei diritti dell´uomo. Negli anni Settanta, ad esempio, il filosofo francese, che fu uno dei rappresentanti di punta dei nouveaux philosophes, riuscì a mobilitare l´opinione pubblica internazionale in favore dei boat people vietnamiti e dei dissidenti sovietici. Da allora non ha smesso di riflettere alla questione dei diritti umani e alle modalità della loro difesa ai quattro angoli del pianeta: «La battaglia per i diritti umani», ci dice, «non può essere fondata su un´ideale astratto dell´uomo o dell´umanità. Al contrario, tale difesa deve essere motivata solo dall´esperienza di ciò che è inumano. Si può dire persino che l´universalità dei diritti dell´uomo sta soprattutto nell´universalità dell´inumano. Ecco perché i diritti non devono servire alla costruzione di un qualunque paradiso in terra, ma solo a combattere, per quanto possibile, l´inferno che ci troviamo di fronte. Non è l´idea di un bene supremo che mobilita gli uomini, ma la resistenza al male».
E´ una posizione scevra di ogni idealismo...
«Esattamente. Sono sempre stato senza illusioni e lontanissimo dall´idealismo presente nella Dichiarazione dei diritti dell´uomo, elaborata dalla rivoluzione francese nel 1789. Lo stesso vale anche per alcune delle persone che hanno condiviso le mie battaglie, come Bernard Kouchner o Michel Foucault. Quest´ultimo aveva sempre criticato ogni definizione idealistica o metafisica dell´uomo, tanto che era considerato il portavoce dell´antiumanesimo e dell´idea della morte dell´uomo. Di conseguenza, non poteva certo aderire alla concezione dei diritti dell´uomo elaborata nel XVIII e XIX secolo, la quale postulava la promozione di un ideale umano. Una simile prospettiva ci sembrava molto coloniale, non potevamo assolutamente condividerla. Inoltre, di fronte a un ideale vago, le offese e le minacce che pesano sull´uomo - vale a dire i campi di concentramento, le torture, le umiliazione e le oppressioni - ci apparivano come realtà tremendamente concrete e universali».
La crisi delle ideologie totalizzanti ha favorito questa presa di coscienza?
«Certamente. In Francia ciò è avvenuto a metà degli anni Settanta, facilitando l´attenzione per i diritti dell´uomo in un´ottica non idealistica né ideologica. La nostra era una prospettiva pragmatica che, proprio per questo, riusciva a coinvolgere personalità molto diverse. Ad esempio, alla difesa dei boat people aderirono intellettuali ideologicamente molto distanti come Raymond Aron e Jean Paul Sartre».
Il richiamo alla Dichiarazione dei diritti dell´uomo del 1789 rimase però importante?
«Certo, anche se cercammo di denunciarne le ambiguità e le ingenuità. Per noi il dato essenziale era l´idea stessa di dichiarazione. La Costituzione del 1793 fondava la necessità di dichiarare i diritti inalienabili dell´uomo sull´esperienza e sul ricordo del dispotismo che aveva preceduto la rivoluzione. Per non ricadere negli orrori del passato, si ribadiva la necessità di alcuni diritti universali come la libertà, l´eguaglianza, la sicurezza o la proprietà. Evidentemente, come è stato segnalato più volte, ognuno di questi diritti può entrare in conflitto con gli altri, creando non pochi problemi. I quali però possono essere superati nel momento in cui questi non vengono invocati in maniera astratta, ma utilizzati concretamente per opporsi alla volontà di annichilire l´uomo. Questo, per altro, è un atteggiamento che nasce ben prima della rivoluzione francese».
Può spiegarsi meglio?
«In fondo, all´origine dell´idea dei diritti dell´uomo c´è l´Europa laica nata alla fine delle guerre di religione. Accettando la pluralità dei culti, gli uomini decisero di evitare nuovi massacri e nuovi fanatismi. La famosa frase di Enrico IV, "Parigi vale bene una messa" esprime la preoccupazione di evitare il peggio. Si riconosceva un diritto per evitare che gli uomini patissero nuove violenze. In seguito, l´idea dei diritti dell´uomo è presente implicitamente anche in scrittori come Racine, Boileau o Molière, scrittori moralisti nel senso inteso da Nietzsche, vale a dire capaci di scrutare le zone oscure dell´animo umano. E la difesa dei diritti dell´uomo si fonda proprio sulla capacità di fronteggiare ciò che di più inumano c´è negli uomini».
Tra gli autori contemporanei, quali hanno contribuito alla sua riflessione?
«Ho trovato spunti interessanti in molti testi. Penso ad esempio al Viaggio in Congo di Gide o ad alcuni scritti di Sartre. Ma anche alla riflessione di Charles Péguy sulla rivoluzione russa del 1905, dove interpretava quei moti non come una lotta per il potere, ma come una lotta per essere rispettati dal potere».
E´ questo il nocciolo duro dei diritti dell´uomo?
«Sì, il nostro primo diritto è quello di combattere l´inumano e di resistere all´oppressione obbligando il potere a rispettare l´uomo. Ciò implica la difesa di alcune libertà fondamentali, che consentono il progresso democratico. L´uomo deve sempre avere la possibilità di difendere la propria dignità, pur nella coscienza che si tratta sempre di una possibilità relativa, la quale è oggi più marcata nei paesi occidentali».
Anche questi però non sempre rispettano i diritti dell´uomo, come mostra lo scandalo delle torture in Iraq...
«E´ vero, il rispetto assoluto dei diritti umani non esiste. Anche i paesi democratici a volte li calpestano. Ma una democrazia garantisce sempre a coloro che vogliono far rispettare i diritti la possibilità di esprimersi e farsi ascoltare dall´opinione pubblica. La democrazia non è una realtà perfetta, ma una realtà in cui è possibile denunciare chi viola i diritti. Oggi questa possibilità è più estesa che in passato. Negli Stati Uniti le torture vengono denunciate e ci saranno delle condanne. Durante la guerra d´Algeria, la Francia ha torturato senza problemi e mai nessun militare è stato processato. Naturalmente, poi c´è anche chi sfrutta in maniera distorta o pretestuosa il tema dei diritti dell´uomo. La Russia, ad esempio, vuole fare condannare le atrocità commesse dagli americani nelle prigioni irachene, ma contemporaneamente rifiuta ogni ingerenza in Cecenia, dove le torture sono una pratica ricorrente da almeno dieci anni».
To the Cuban people on Human Rights Day
English Version:
To the Cuban people on Human Rights Day
Fifty-five years ago, on Dec. 10, 1948, the General Assembly of the United Nations adopted the Universal Declaration of Human Rights. It stated in its preamble:
• Recognition of the inherent dignity and of equal and inalienable rights of all members of the human family is the foundation of freedom, justice and peace in the world.
• Disregard and contempt for human rights resulted in barbarous acts which have outraged the conscience of mankind [and] the advent of the world in which human beings shall enjoy freedom of speech and belief, and freedom from fear and want has been proclaimed as the highest aspiration of the common people.
• It is essential, if man is not to be compelled to have recourse, as a last resort, to rebellion against tyranny and oppression, that human rights should be protected by the rule of law.
With these plain and indeed self-evident truths in mind, we, both Cubans and non-Cubans living in the democratic world, would like to express our solidarity with all brave men and women of Cuba still struggling for their inalienable rights and human dignity under the difficult conditions of an oppressive, totalitarian regime.
Our thoughts and prayers go first to the political prisoners sentenced to long terms in prison just for their commitment to the universally recognized rights and freedoms, and to their families. We call on all democratic governments of the world to express their strongest possible condemnation of these inexcusable acts of repression, blatantly violating international obligations of Cuba and urge them to ask the Cuban government for their immediate release.
We share the conviction that the time of dictatorship in Cuba is coming to an end. There will be no succession after Fidel Castro, no cosmetic changes of totalitarian system after he is gone, but the genuine return of Cuba from the totalitarian captivity to the family of the world's democracies.
We are committed to do our best to support your noble cause. Let us work together, inspired by the ideals of José Martí, a genuine revolutionary and voice of Cuba within the community of nations. Cuba must not and will not remain a forgotten remnant from the Cold War, a kind of open-air museum of a system that discredited itself and failed. We believe that the dreams you inherited from Martí will come true sooner than your jailers and persecutors would wish, and you and all Cubans will be free.
[Signed by]:
Madeleine Albright, Former Secretary of State (USA); Marcos Aguinis, Argentine writer; Harriet Babbitt, former US Ambassador; Elena Bonner, Russian Human Rights activist; Marek Edelman, Polish leader; Jan Figel, MP, Slovaquia; Bronislaw Geremek, former Polish Foreign Minister; Andre Glucksmann, French Philosopher; Vaclav Havel, former President of the Czech Republic; Jeane J. Kirkpatrick, former US Ambassador; Jacek Kuron, former Polish anti-communist leader; Mart Laar, former First Minister of Estonia; Mario Vargas Llosa, Peruvian novelist; Cecilia Malmstrom, Swedish member of the European Parliament; Markus Meckel, MP, Germany; Adam Michnik, Polish journalist; Dana Nemcova, Czech human rights activist; Martin Palous, former Czech anti-communist leader; Tomas Pojar, People in Need, Czech Republic; Elsa Tió, Portorican poet; Ricardo Bofill, Comité Cubano pro Derechos Humanos; Frank Calzón, Centro por una Cuba Libre; Sebastián Arcos Cazabón, Cuban human rights activist; Manuel Jorge Cutillas, businessman; Himilce Esteve, University Professor; Joe García, Fundación Nacional Cubano Americana; Orlando Gutiérrez, Directorio Democrático Cubano; Angel de Fana, Plantados por la Libertad; Carlos Franqui, Cuban writer; Guillermo Cabrera Infante, Cuban novelist; Sylvia Iriondo, Mujeres Contra la Represión en Cuba; Huber Matos, Cuba Independiente y Democrática; Carlos Alberto Montaner, Unión Liberal Cubana; Eduardo Pérez, businessman; Oscar Peña, Comité Cubano pro Derechos Humanos; Jesús Permuy, Unidad Cubana; Diego Suárez, Cuban Liberty Council; Alina Fernández Revuelta, presentadora radial cubana, daughter of Fidel Castro; Zoé Valdés, Cuban novelist.
To the Cuban people on Human Rights Day
Fifty-five years ago, on Dec. 10, 1948, the General Assembly of the United Nations adopted the Universal Declaration of Human Rights. It stated in its preamble:
• Recognition of the inherent dignity and of equal and inalienable rights of all members of the human family is the foundation of freedom, justice and peace in the world.
• Disregard and contempt for human rights resulted in barbarous acts which have outraged the conscience of mankind [and] the advent of the world in which human beings shall enjoy freedom of speech and belief, and freedom from fear and want has been proclaimed as the highest aspiration of the common people.
• It is essential, if man is not to be compelled to have recourse, as a last resort, to rebellion against tyranny and oppression, that human rights should be protected by the rule of law.
With these plain and indeed self-evident truths in mind, we, both Cubans and non-Cubans living in the democratic world, would like to express our solidarity with all brave men and women of Cuba still struggling for their inalienable rights and human dignity under the difficult conditions of an oppressive, totalitarian regime.
Our thoughts and prayers go first to the political prisoners sentenced to long terms in prison just for their commitment to the universally recognized rights and freedoms, and to their families. We call on all democratic governments of the world to express their strongest possible condemnation of these inexcusable acts of repression, blatantly violating international obligations of Cuba and urge them to ask the Cuban government for their immediate release.
We share the conviction that the time of dictatorship in Cuba is coming to an end. There will be no succession after Fidel Castro, no cosmetic changes of totalitarian system after he is gone, but the genuine return of Cuba from the totalitarian captivity to the family of the world's democracies.
We are committed to do our best to support your noble cause. Let us work together, inspired by the ideals of José Martí, a genuine revolutionary and voice of Cuba within the community of nations. Cuba must not and will not remain a forgotten remnant from the Cold War, a kind of open-air museum of a system that discredited itself and failed. We believe that the dreams you inherited from Martí will come true sooner than your jailers and persecutors would wish, and you and all Cubans will be free.
[Signed by]:
Madeleine Albright, Former Secretary of State (USA); Marcos Aguinis, Argentine writer; Harriet Babbitt, former US Ambassador; Elena Bonner, Russian Human Rights activist; Marek Edelman, Polish leader; Jan Figel, MP, Slovaquia; Bronislaw Geremek, former Polish Foreign Minister; Andre Glucksmann, French Philosopher; Vaclav Havel, former President of the Czech Republic; Jeane J. Kirkpatrick, former US Ambassador; Jacek Kuron, former Polish anti-communist leader; Mart Laar, former First Minister of Estonia; Mario Vargas Llosa, Peruvian novelist; Cecilia Malmstrom, Swedish member of the European Parliament; Markus Meckel, MP, Germany; Adam Michnik, Polish journalist; Dana Nemcova, Czech human rights activist; Martin Palous, former Czech anti-communist leader; Tomas Pojar, People in Need, Czech Republic; Elsa Tió, Portorican poet; Ricardo Bofill, Comité Cubano pro Derechos Humanos; Frank Calzón, Centro por una Cuba Libre; Sebastián Arcos Cazabón, Cuban human rights activist; Manuel Jorge Cutillas, businessman; Himilce Esteve, University Professor; Joe García, Fundación Nacional Cubano Americana; Orlando Gutiérrez, Directorio Democrático Cubano; Angel de Fana, Plantados por la Libertad; Carlos Franqui, Cuban writer; Guillermo Cabrera Infante, Cuban novelist; Sylvia Iriondo, Mujeres Contra la Represión en Cuba; Huber Matos, Cuba Independiente y Democrática; Carlos Alberto Montaner, Unión Liberal Cubana; Eduardo Pérez, businessman; Oscar Peña, Comité Cubano pro Derechos Humanos; Jesús Permuy, Unidad Cubana; Diego Suárez, Cuban Liberty Council; Alina Fernández Revuelta, presentadora radial cubana, daughter of Fidel Castro; Zoé Valdés, Cuban novelist.
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