Hace poco más de cuatro meses, publicábamos en estas páginas una entrevista con el filósofo André Glucksmann, acerca de la guerra de Iraq y sus posibles consecuencias para Europa. En ella decía: «Europa, distraída, parece mirar hacia otra parte. Me recuerda a aquellas personas que, ante un gran peligro, deciden dormir. Es la guerra la que mira hacia aquella civilización, y medita hacerla explotar en mitad de su sueño, a golpes de terrorismo y de bombas humanas». Sus palabras cobran hoy una trágica actualidad; tres días después de los atentados de Madrid, el diario italiano Avvenire publicaba la entrevista que recogemos con el pensador francés
El 11 de septiembre reveló la existencia del terrorismo islámico como la nueva forma del nihilismo. El 11 de marzo, ¿qué ha supuesto, según su opinión; y a quién se ha debido?
Los asesinos materiales, sean de ETA o de Al Qaeda, es competencia de la policía española establecerlo. Lo que encuentro inquietante es que durante algunos días se estuviese pensando acerca de esta doble posibilidad; esto supondría que un terrorismo nacionalista como es el de ETA y un terrorismo de matriz religiosa como es el terrorismo islámico dispondrían de una capacidad, modus operandi, y una ferocidad idénticas, tanto como para hacer posible ambas hipótesis. Esto significa que, quienquiera que haya sido el responsable de los atentados de Madrid, se trataría de una formación sanguinaria, para la que el 11 de marzo supone un verdadero 11-S europeo.
Sin embargo, el terrorismo no ha nacido el 11-S. ¿Cuál es la novedad?
Cierto; el terrorismo, esto es, la agresión contra civiles indefensos, tiene más de un siglo. El nihilismo "para el que todo está permitido: matar, incendiar, destruir..., cualquier cosa menos hacer tabla rasa" lo recogía ya Dostoievski en su libro Los demonios, de 1871, pero se trataba de un fenómeno localizado. Hoy, en cambio, asistimos a una planetarización del fenómeno. Abdul Qadeer Khan, el científico paquistaní que realizó las primeras experimentaciones nucleares en su país, ha procurado material nuclear a Corea del Norte. Estamos frente a una internacionalización del terror, que se expande abatiendo fronteras: ésta es la novedad del tercer milenio.
Cualquiera podría replicarle que, si la responsable del atentado de Madrid es ETA, nos encontraríamos con un suceso de proporciones enormes, pero de origen local y matriz nacionalista.
También en este caso, el método utilizado por los terroristas vascos constituiría una novedad con respecto a su actividad anterior. Es imposible no ver, en un atentado que ha causado más de 200 muertos y miles de heridos, la caída de un tabú cultural acerca del uso de la violencia. ETA ya ha matado con anterioridad, pero nunca de este modo, con estas proporciones. Si hubiera sido ETA, significa que en el interior de esta organización todos los códigos de comportamiento han saltado. Significaría que ETA se ha contagiado del nihilismo que impera en el terrorismo islámico. El corazón del terrorismo islámico está, sin más, en el deseo de destrucción, del puro caos. Ésta es, como he dicho, la nueva forma de nihilismo que ha aparecido en la Historia.
¿Pero dónde está la raíz de esta epidemia?
Creo que el origen está en la pérdida de la conciencia del mal, un olvido colectivo del mal. Un dato común a todas las confesiones religiosas ha sido siempre la oración contra el mal, el deseo de mantenerse protegido del mal. Esta situación está cediendo, sobre todo en ciertas áreas geográficas del mundo donde hay guerra; allí crecen generaciones completamente privadas de estos códigos. Una vez pregunté a un adolescente de Grozni: «¿Sabes que no se debe matar?»; y me respondió: «¿Y por qué no?» Yo continué: «¿Sabes que poniendo una bomba en un mercado podrías asesinar a tu madre?» Y, aun así, esta idea le resultaba al muchacho indiferente. Aquel joven ya estaba preparado para hacer cualquier cosa.
Después del 11-M, ¿tiene Europa razones para tener miedo?
Desgraciadamente, sí. No es la misma que el 10 de marzo. Es un buen signo, sin embargo, ver aquellos once millones de personas, un pueblo entero de españoles saliendo a la calle, con fuerza y valentía. Una reacción de gente viva, que no se arredra.
También los pacifistas ocupaban las calles de Europa hace unos pocos meses. ¿Qué cabría decir al movimiento pacifista hoy en día?
Habría que preguntarse si no es el momento de realizar un examen de conciencia. Madrid está desgarrada; París está en un nivel de alarma sólo un punto por debajo del máximo, ¿y todavía es posible creer que no tenemos un enemigo, que basta decir: No a la guerra, con una bandera multicolor en la mano, para poder dormir en paz todas la noches?
Marina Corradi
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Sunday, August 26, 2007
Intervento di André Glucksmann all’incontro con Khalida Messaudi svoltosi a Strasburgo nel novembre 1997.
André Glucksmann: un nuovo crimine contro l’umanità.
Credo che noi dovremmo cercare di capire la solitudine degli algerini in Europa, e di Khalida in Francia, perché ci riguarda e ci accusa. Credo che sia la stessa solitudine che provò mia madre quando arrivò in Francia nel 1938. Mi raccontava che i rifugiati provenienti dalla Germania e dall'Austria, che dovevano fare nelle Prefetture I documenti per l'immigrazione, si scontravano con un'incomprensione totale da parte dei funzionari francesi. Ma lo sappiamo, l'inno nazionale all'epoca recitava: “tutto va bene, madama la marchesa". La solitudine delle persone che soffrivano nel proprio paese e che all'arrivo in Francia non erano assolutamente comprese, è la stessa che oggi provano tanti profughi, tanti esuli entrando in Europa. E' la stessa solitudine che per interi decenni hanno provato in Europa occidentale i dissidenti dell'Europa dell'est. Erano addirittura spaventati dall'incomprensione della brava gente di qui e dalle ingiurie di un certo numero di intellettuali un po' troppo partigiani. La stessa solitudine l'abbiamo vista sul viso di altri democratici all'epoca della guerra in Jugoslavia. E' vero che le manifestazioni di Algeri di questi giorni, di cui la stampa tace, sono sicuramente meno affollate di quelle recenti di Belgrado che sono state seguite dalla stampa. Ricordiamoci però che ci furono altre manifestazioni a Belgrado, nel 1991-92, quando poco mancò che gli studenti facessero cadere Milosevic, manifestazioni che si svolsero nel silenzio gelido di stampa e istituzioni europee. Oggi sappiamo qual è stato poi il prezzo di quel mancato sostegno ai democratici di Belgrado: la guerra in Jugoslavia, una guerra che è finita solo "con lo sbarco" degli americani.
Credo che noi siamo vittime del nostro stesso silenzio. Quando, davanti all'Algeria, l'Europa non dice nulla, non fa che demoralizzare se stessa.
In questa occasione vorrei dire quali iniziative, a mio avviso, si potrebbero prendere. La prima è chiamare per nome quel che succede. Quelli che hanno luogo sono crimini integralisti islamisti. Il fatto che si compiano con la complicità di chi, esercito e governo, potrebbe impedirli e non lo fa, non rende meno esatta l'attribuzione di responsabilità. E’ un tipo di crimine che si va estendendo e che presenta aspetti di novità impressionanti. Certo, la storia ci dice che noi conosciamo crimini di questo genere. Ci ricordiamo che Franco, per Instaurare il fascismo in Spagna, si richiamava a Cristo Re; sappiamo che nella nostra storia ci sono state le guerre di religione e che nella notte di San Bartolomeo i protestanti furono sgozzati in nome dell'unità del regno cristianissimo. Quello fu un crimine d'amore di Dio. Ciò nonostante in quello che sta avvenendo ci sono caratteristiche nuove. In primo luogo, il crimine è dimostrativo, non ci si nasconde dopo averlo commesso, ma lo si rivendica apertamente. Quando Hitler fece i campi, li fece "nacht und nebel", di notte e con la nebbia, senza farli vedere. Quando Stalin fece assassinare Trotzky o le migliaia di ufficiali polacchi a Katyn, non rivendicò il proprio crimine. In secondo luogo, questi nuovi crimini presentano un simbolismo religioso. Tagliare il dito vuoi dire Impedire al morto di entrare paradiso. Tagliare a pezzi un bambino è un messaggio al popolo del Libro per significare l'inversione del sacrificio di Abramo, quando Dio cambiò il figlio con un montone. Qui l'assassino ci dice: “Io trasformo il montone in bambino". E' un messaggio psicologicamente terrorizzante ai popoli dei Libro. Infine tale crimine porta in sé una specie di razionalità apocalittica: la distruzione è il mezzo per prendere il potere, sulle anime col terrore e nelle città col disordine. Certo, non è soltanto un crimine islamista: ci sono fanatici di altre religioni che potrebbero commetterlo. E’ successo non molto lontano dalla tomba di Abramo, quando un ebreo ha ucciso tanti musulmani sparando loro alla schiena mentre erano in preghiera. E naturalmente non possiamo nemmeno pensare che sia un crimine che coinvolga l'islam nel suo complesso. Alcuni teologi del Cairo hanno detto: "E' blasfemo invocare Dio per tagliare un bambino a pezzi". Ora, questo crimine teologico-politico, questo modo di uccidere In nome di giustificare il massacro delle popolazioni come un'offerta a Dio, merita di essere isolato in quanto tale e di essere caratterizzato, allo stesso modo dei crimini razzisti, come crimine contro l’umanità, perseguibile per sempre perché non può esserci prescrizione per un tale orrore. Credo che l'Europa abbia fatto, nella sua storia e in questo secolo in particolare, una sufficiente esperienza dell’orrore per poter affermare che non si potrà riportare la pace laddove le persone sono state trucidate in tal modo senza che questa operazione abbia a fondamento il rigetto definitivo, di principio, di tali crimini da parte di tutte le parti causa e la definizione di ciò che deve essere assolutamente interdetto. E' questa la condizione necessaria per un negoziato in Algeria. Non c'è nulla di rassicurante nel fatto che il Fis proclami una tregua nelle operazioni militari, quando queste consistono nel fare strage di bambini. Una tregua non è che una tregua! Non ci sarà pace in Algeria se tutte le autorità morali e religiose, tutti i partiti politici, e in particolare quelli che si richiamano all'islam, non condanneranno definitivamente, una volta per tutte urbi et orbi, questi crimini contro l'umanità. Restare in silenzio, al contrario vorrà dire per l'Europa dare le dimissioni da se stessa, dalla sua storia, dal suo pensiero.
Riguardo poi all'esigenza di capire quali iniziative concrete possiamo intraprendere a favore dell'Algeria, credo dovremmo innanzitutto seguire il consiglio di Khalida di riuscire a contare fino a tre, non solo fino a due. E’ un consiglio che vale adesso per l'Algeria, ma che ieri valeva per i dissidenti. Ricordatevi di Stalin quando chiese: "Quante divisioni ha il Papa?". Anche lui sapeva contare solo fino a due: gli americani avevano le loro divisioni, i sovietici anche, il papa non aveva divisioni. E neanche il sindacato Solidarnosc aveva divisioni, neanche Vaclav Havel aveva divisioni, era uno scrittore e aveva solo un portapenne. Ebbene, quel calcolo di Stalin e dei suoi successori, che fu anche, per lungo tempo, quello delle cancellerie occidentali, era un calcolo da imbecilli. A far cadere l'impero sovietico non sono stati solo gli Stati Uniti, ma anche i Sacharov, i Solzenicyn, i dissidenti dell'est, tutti coloro che per tanto tempo furono solo oggetto dei disprezzo dei dittatori sovietici e non solo di loro. Anche Giscard d'Estaing li considerava meno di niente. Impariamo a contare fino a tre, insegniamo agli altri a contare fino a tre e allora sapremo cosa fare. In Algeria non ci sono solo gli islamisti terroristi e l'esercito corrotto, c'è anche una società civile che cerca di vivere: insegnanti che vogliono insegnare, cantanti che vogliono cantare, giornalisti che vogliono scrivere e medici che vogliono operare e ricevere libri dall'Occidente senza problemi. E ci sono donne che vogliono passeggiare senza velo, ci sono tanti algerini che vogliono vivere civilmente in una società dove non si possa uccidere a ogni angolo di strada. Sono loro che dobbiamo sostenere.
Ha ragione Khalida a sentirsi sola? Purtroppo sì. Quando un consigliere municipale è stato assassinato mentre era tenuto in ostaggio, tutti i paesi Baschi e tutta la Spagna sono scesi in strada; lo stesso è successo in Belgio per alcuni crimini di pedofilia assolutamente orribili; quando in Algeria otto maestre sono state sgozzate davanti al loro alunni su Le Monde sono comparse solo cinque righe. E' impossibile non concludere che in Europa usiamo due pesi e due misure. Consideriamo normale per l'Algeria ciò che non accetteremmo mai per I’Europa. Diamo delle spiegazioni per gli algerini che non daremmo mai per gli europei. Immaginatevi che in Europa un sociologo spieghi: "Sì, sì, d'accordo, fanno a pezzi i bambini, ma la ragione è che sono disoccupati, oppure "perché è stati interrotto il processo elettorale. In realtà sappiamo benissimo che sul nostro pianeta i paesi in cui non c'è una democrazia regolare sono la maggioranza e sappiamo anche che non dappertutto vengono commessi questi crimini contro l'umanità. Quindi la spiegazione secondo cui sarebbe normale che si uccidano i bambini e si sventrino le donne poiché c’è la disoccupazione o perché il governo è corrotto e trucca le elezioni rivela solo che si considerano gli algerini allo stesso modo in cui a suo tempo li consideravano i colonialisti francesi, cioè bougnouls [termine che significa "nordafricani" ma con una forte carica spregiativa, ndr]
Credo che noi dovremmo cercare di capire la solitudine degli algerini in Europa, e di Khalida in Francia, perché ci riguarda e ci accusa. Credo che sia la stessa solitudine che provò mia madre quando arrivò in Francia nel 1938. Mi raccontava che i rifugiati provenienti dalla Germania e dall'Austria, che dovevano fare nelle Prefetture I documenti per l'immigrazione, si scontravano con un'incomprensione totale da parte dei funzionari francesi. Ma lo sappiamo, l'inno nazionale all'epoca recitava: “tutto va bene, madama la marchesa". La solitudine delle persone che soffrivano nel proprio paese e che all'arrivo in Francia non erano assolutamente comprese, è la stessa che oggi provano tanti profughi, tanti esuli entrando in Europa. E' la stessa solitudine che per interi decenni hanno provato in Europa occidentale i dissidenti dell'Europa dell'est. Erano addirittura spaventati dall'incomprensione della brava gente di qui e dalle ingiurie di un certo numero di intellettuali un po' troppo partigiani. La stessa solitudine l'abbiamo vista sul viso di altri democratici all'epoca della guerra in Jugoslavia. E' vero che le manifestazioni di Algeri di questi giorni, di cui la stampa tace, sono sicuramente meno affollate di quelle recenti di Belgrado che sono state seguite dalla stampa. Ricordiamoci però che ci furono altre manifestazioni a Belgrado, nel 1991-92, quando poco mancò che gli studenti facessero cadere Milosevic, manifestazioni che si svolsero nel silenzio gelido di stampa e istituzioni europee. Oggi sappiamo qual è stato poi il prezzo di quel mancato sostegno ai democratici di Belgrado: la guerra in Jugoslavia, una guerra che è finita solo "con lo sbarco" degli americani.
Credo che noi siamo vittime del nostro stesso silenzio. Quando, davanti all'Algeria, l'Europa non dice nulla, non fa che demoralizzare se stessa.
In questa occasione vorrei dire quali iniziative, a mio avviso, si potrebbero prendere. La prima è chiamare per nome quel che succede. Quelli che hanno luogo sono crimini integralisti islamisti. Il fatto che si compiano con la complicità di chi, esercito e governo, potrebbe impedirli e non lo fa, non rende meno esatta l'attribuzione di responsabilità. E’ un tipo di crimine che si va estendendo e che presenta aspetti di novità impressionanti. Certo, la storia ci dice che noi conosciamo crimini di questo genere. Ci ricordiamo che Franco, per Instaurare il fascismo in Spagna, si richiamava a Cristo Re; sappiamo che nella nostra storia ci sono state le guerre di religione e che nella notte di San Bartolomeo i protestanti furono sgozzati in nome dell'unità del regno cristianissimo. Quello fu un crimine d'amore di Dio. Ciò nonostante in quello che sta avvenendo ci sono caratteristiche nuove. In primo luogo, il crimine è dimostrativo, non ci si nasconde dopo averlo commesso, ma lo si rivendica apertamente. Quando Hitler fece i campi, li fece "nacht und nebel", di notte e con la nebbia, senza farli vedere. Quando Stalin fece assassinare Trotzky o le migliaia di ufficiali polacchi a Katyn, non rivendicò il proprio crimine. In secondo luogo, questi nuovi crimini presentano un simbolismo religioso. Tagliare il dito vuoi dire Impedire al morto di entrare paradiso. Tagliare a pezzi un bambino è un messaggio al popolo del Libro per significare l'inversione del sacrificio di Abramo, quando Dio cambiò il figlio con un montone. Qui l'assassino ci dice: “Io trasformo il montone in bambino". E' un messaggio psicologicamente terrorizzante ai popoli dei Libro. Infine tale crimine porta in sé una specie di razionalità apocalittica: la distruzione è il mezzo per prendere il potere, sulle anime col terrore e nelle città col disordine. Certo, non è soltanto un crimine islamista: ci sono fanatici di altre religioni che potrebbero commetterlo. E’ successo non molto lontano dalla tomba di Abramo, quando un ebreo ha ucciso tanti musulmani sparando loro alla schiena mentre erano in preghiera. E naturalmente non possiamo nemmeno pensare che sia un crimine che coinvolga l'islam nel suo complesso. Alcuni teologi del Cairo hanno detto: "E' blasfemo invocare Dio per tagliare un bambino a pezzi". Ora, questo crimine teologico-politico, questo modo di uccidere In nome di giustificare il massacro delle popolazioni come un'offerta a Dio, merita di essere isolato in quanto tale e di essere caratterizzato, allo stesso modo dei crimini razzisti, come crimine contro l’umanità, perseguibile per sempre perché non può esserci prescrizione per un tale orrore. Credo che l'Europa abbia fatto, nella sua storia e in questo secolo in particolare, una sufficiente esperienza dell’orrore per poter affermare che non si potrà riportare la pace laddove le persone sono state trucidate in tal modo senza che questa operazione abbia a fondamento il rigetto definitivo, di principio, di tali crimini da parte di tutte le parti causa e la definizione di ciò che deve essere assolutamente interdetto. E' questa la condizione necessaria per un negoziato in Algeria. Non c'è nulla di rassicurante nel fatto che il Fis proclami una tregua nelle operazioni militari, quando queste consistono nel fare strage di bambini. Una tregua non è che una tregua! Non ci sarà pace in Algeria se tutte le autorità morali e religiose, tutti i partiti politici, e in particolare quelli che si richiamano all'islam, non condanneranno definitivamente, una volta per tutte urbi et orbi, questi crimini contro l'umanità. Restare in silenzio, al contrario vorrà dire per l'Europa dare le dimissioni da se stessa, dalla sua storia, dal suo pensiero.
Riguardo poi all'esigenza di capire quali iniziative concrete possiamo intraprendere a favore dell'Algeria, credo dovremmo innanzitutto seguire il consiglio di Khalida di riuscire a contare fino a tre, non solo fino a due. E’ un consiglio che vale adesso per l'Algeria, ma che ieri valeva per i dissidenti. Ricordatevi di Stalin quando chiese: "Quante divisioni ha il Papa?". Anche lui sapeva contare solo fino a due: gli americani avevano le loro divisioni, i sovietici anche, il papa non aveva divisioni. E neanche il sindacato Solidarnosc aveva divisioni, neanche Vaclav Havel aveva divisioni, era uno scrittore e aveva solo un portapenne. Ebbene, quel calcolo di Stalin e dei suoi successori, che fu anche, per lungo tempo, quello delle cancellerie occidentali, era un calcolo da imbecilli. A far cadere l'impero sovietico non sono stati solo gli Stati Uniti, ma anche i Sacharov, i Solzenicyn, i dissidenti dell'est, tutti coloro che per tanto tempo furono solo oggetto dei disprezzo dei dittatori sovietici e non solo di loro. Anche Giscard d'Estaing li considerava meno di niente. Impariamo a contare fino a tre, insegniamo agli altri a contare fino a tre e allora sapremo cosa fare. In Algeria non ci sono solo gli islamisti terroristi e l'esercito corrotto, c'è anche una società civile che cerca di vivere: insegnanti che vogliono insegnare, cantanti che vogliono cantare, giornalisti che vogliono scrivere e medici che vogliono operare e ricevere libri dall'Occidente senza problemi. E ci sono donne che vogliono passeggiare senza velo, ci sono tanti algerini che vogliono vivere civilmente in una società dove non si possa uccidere a ogni angolo di strada. Sono loro che dobbiamo sostenere.
Ha ragione Khalida a sentirsi sola? Purtroppo sì. Quando un consigliere municipale è stato assassinato mentre era tenuto in ostaggio, tutti i paesi Baschi e tutta la Spagna sono scesi in strada; lo stesso è successo in Belgio per alcuni crimini di pedofilia assolutamente orribili; quando in Algeria otto maestre sono state sgozzate davanti al loro alunni su Le Monde sono comparse solo cinque righe. E' impossibile non concludere che in Europa usiamo due pesi e due misure. Consideriamo normale per l'Algeria ciò che non accetteremmo mai per I’Europa. Diamo delle spiegazioni per gli algerini che non daremmo mai per gli europei. Immaginatevi che in Europa un sociologo spieghi: "Sì, sì, d'accordo, fanno a pezzi i bambini, ma la ragione è che sono disoccupati, oppure "perché è stati interrotto il processo elettorale. In realtà sappiamo benissimo che sul nostro pianeta i paesi in cui non c'è una democrazia regolare sono la maggioranza e sappiamo anche che non dappertutto vengono commessi questi crimini contro l'umanità. Quindi la spiegazione secondo cui sarebbe normale che si uccidano i bambini e si sventrino le donne poiché c’è la disoccupazione o perché il governo è corrotto e trucca le elezioni rivela solo che si considerano gli algerini allo stesso modo in cui a suo tempo li consideravano i colonialisti francesi, cioè bougnouls [termine che significa "nordafricani" ma con una forte carica spregiativa, ndr]
Ovest contro Ovest
di André Glucksmann
In visita a Parigi l'11 febbraio, Vladimir Putin, promosso nuovo arcangelo della pace, ha detto di voler «segnare questo giorno con una pietra bianca», salutando in Jacques Chirac, un grande leader che «si emancipa dalla logica dei blocchi». L'idea di Chirac capo del dopo guerra fredda seduce. Ma c'è una cosa da sottolineare: dato che il blocco comunista è scomparso dal 1990, quello spaccato dal presidente francese è il blocco democratico. Quindi, Vladimir Putin si è congratulato con l'uomo che a suo parere ha posto fine all'Alleanza atlantica. La Nato è un vestigio, l'Europa deve "liberarsi" dalla tutela americana, non c'è più un nemico comune per saldare insieme bevitori di vino e amanti della Coca-Cola. Dal Café du Commerce all'Eliseo, si ironizza su un discorso che mescola in politica il bene e il male, la giustizia e l'ingiustizia, la libertà e la dittatura. Nei salotti parigini si punta a una visione "premoderna" del mondo. A Parigi e a Berlino, è più corretto trovare un'intesa con il "postmoderno" Putin che con il "fondamentalista" Bush, portatore di un messianesimo che ripugna alle nostre tradizioni tanto sagge, laiche e realiste.
Gli stereotipi secolari fioriscono a mazzetti. L'America vi appare analfabeta, cowboy, fanaticamente religiosa e cinicamente pragmatica, governata da un cervellino da passero e da un clan di falchi, interessata solo al petrolio ma anche a un disegno idealista: insomma, un'egemonia in piena ascesa e un impero parassitario in decadenza terminale... Poco importa se gli argomenti sono contraddittori: tutti arrivano alla conclusione che Bush è il nemico numero uno dell'umanità, mentre Saddam, per quanto ci si degni di riconoscerlo mortifero, conta quanto il due di coppe. Per la prima volta dal 1945, la frattura Ovest-Ovest divide la politica mondiale.
I governi che intonano la grande aria del "diritto" contrapposto alla forza sembrano più ipocriti che veri. Mosca rade al suolo una capitale. Pechino mette a sacco il Tibet e la provincia degli Uigurs e non ha mai espresso rammarico per il sangue degli studenti versato a Tien Anmen. E la Siria occupa il Libano. Bella compagnia! Felice alleanza per Parigi e Berlino! Ciascuno è padrone a casa sua, a ogni macellaio il suo gregge e i suoi mattatoi.
Ridotto a principio di sovranità, il "diritto internazionale" garantisce a Saddam la possibilità di gasare i suoi e di massacrare ad libitum, e a Putin il permesso di portare avanti fino al genocidio le sue sedicenti "operazioni antiterroristiche". I manifestanti pacifisti che ripetono in coro il ritornello del "diritto internazionale" sostengono uno status quo violento e bellicoso. Compiango il mio amico Joschka Fischer, che alcuni anni fa ebbe il coraggio di prendere di contropiede i Verdi. Allora spiegò che peggio della guerra era Auschwitz, il terrore e la servitù senza fine. E concluse indicando la necessità di soffocare in nuce un'escalation verso l'inumano, bloccando manu militari il dittatore di Belgrado. Ora che è diventato ministro considera Saddam più umano, meno pericoloso di Milosevic per il suo popolo e per il mondo?
Compiango il mio presidente Jacques Chirac per aver dimenticato la sua audacia di fronte a quello stesso Milosevic. Ha affermato che un disarmo radicale porterebbe ipso facto alla caduta di Saddam, poiché il disarmo presuppone la trasparenza, e le dittature non resistono a lungo alla trasparenza. È giusto, ma un ragionamento del genere deve essere portato fino in fondo. Il suo buon senso non è sfuggito a Saddam Hussein, ben consapevole del fatto che abbassando le armi, firmerebbe la sua sentenza di morte. A meno di non prestargli pulsioni suicide, di cui non ha mai dato prova, bisogna concludere che abbia fatto di tutto per mantenere il suo potenziale di distruzione e perpetuare il gioco a rimpiattino nel quale eccelle da più di 12 anni. Senza la minaccia militare, le ispezioni sarebbero state votate al fallimento. Rifiutando ogni ultimatum, Francia e Germania sembravano scommettere sulla buona volontà dell'"ispezionato". Strano "schieramento della pace", che rifiuta di disarmare un guerrafondaio matricolato.
Per mezzo secolo, il potere di devastazione massiccia è stato monopolizzato e bloccato da alcune potenze nucleari. Ma dall'11 settembre è alla portata di molti. Non solo il terrorismo sta raggiungendo una dimensione mai vista prima, ma le armi biologiche, chimiche e persino atomiche "fatte in casa" consentono ai predatori di guardarsi le spalle al minor costo. Bin Laden asserragliato nelle grotte di Tora Bora fa rustico. Più promettente la soluzione di Kim Jong Il, rifugiato nel suo silo nucleare. Programmare l'abbinamento di un terrorismo alla Bin Laden a una santuarizzazione alla Kim: ecco una cosa che Saddam non poteva né preparare né concepire. L'uomo ha troppi scrupoli, è dedito all'amore del prossimo e certe ambizioni gli sono estranee. Nascondiamo pure, come gli struzzi, la tv nella sabbia, evitando soprattutto di vedere ciò che incombe.
* scrittore e filosofo traduzione di Elisabetta Horvat .
In visita a Parigi l'11 febbraio, Vladimir Putin, promosso nuovo arcangelo della pace, ha detto di voler «segnare questo giorno con una pietra bianca», salutando in Jacques Chirac, un grande leader che «si emancipa dalla logica dei blocchi». L'idea di Chirac capo del dopo guerra fredda seduce. Ma c'è una cosa da sottolineare: dato che il blocco comunista è scomparso dal 1990, quello spaccato dal presidente francese è il blocco democratico. Quindi, Vladimir Putin si è congratulato con l'uomo che a suo parere ha posto fine all'Alleanza atlantica. La Nato è un vestigio, l'Europa deve "liberarsi" dalla tutela americana, non c'è più un nemico comune per saldare insieme bevitori di vino e amanti della Coca-Cola. Dal Café du Commerce all'Eliseo, si ironizza su un discorso che mescola in politica il bene e il male, la giustizia e l'ingiustizia, la libertà e la dittatura. Nei salotti parigini si punta a una visione "premoderna" del mondo. A Parigi e a Berlino, è più corretto trovare un'intesa con il "postmoderno" Putin che con il "fondamentalista" Bush, portatore di un messianesimo che ripugna alle nostre tradizioni tanto sagge, laiche e realiste.
Gli stereotipi secolari fioriscono a mazzetti. L'America vi appare analfabeta, cowboy, fanaticamente religiosa e cinicamente pragmatica, governata da un cervellino da passero e da un clan di falchi, interessata solo al petrolio ma anche a un disegno idealista: insomma, un'egemonia in piena ascesa e un impero parassitario in decadenza terminale... Poco importa se gli argomenti sono contraddittori: tutti arrivano alla conclusione che Bush è il nemico numero uno dell'umanità, mentre Saddam, per quanto ci si degni di riconoscerlo mortifero, conta quanto il due di coppe. Per la prima volta dal 1945, la frattura Ovest-Ovest divide la politica mondiale.
I governi che intonano la grande aria del "diritto" contrapposto alla forza sembrano più ipocriti che veri. Mosca rade al suolo una capitale. Pechino mette a sacco il Tibet e la provincia degli Uigurs e non ha mai espresso rammarico per il sangue degli studenti versato a Tien Anmen. E la Siria occupa il Libano. Bella compagnia! Felice alleanza per Parigi e Berlino! Ciascuno è padrone a casa sua, a ogni macellaio il suo gregge e i suoi mattatoi.
Ridotto a principio di sovranità, il "diritto internazionale" garantisce a Saddam la possibilità di gasare i suoi e di massacrare ad libitum, e a Putin il permesso di portare avanti fino al genocidio le sue sedicenti "operazioni antiterroristiche". I manifestanti pacifisti che ripetono in coro il ritornello del "diritto internazionale" sostengono uno status quo violento e bellicoso. Compiango il mio amico Joschka Fischer, che alcuni anni fa ebbe il coraggio di prendere di contropiede i Verdi. Allora spiegò che peggio della guerra era Auschwitz, il terrore e la servitù senza fine. E concluse indicando la necessità di soffocare in nuce un'escalation verso l'inumano, bloccando manu militari il dittatore di Belgrado. Ora che è diventato ministro considera Saddam più umano, meno pericoloso di Milosevic per il suo popolo e per il mondo?
Compiango il mio presidente Jacques Chirac per aver dimenticato la sua audacia di fronte a quello stesso Milosevic. Ha affermato che un disarmo radicale porterebbe ipso facto alla caduta di Saddam, poiché il disarmo presuppone la trasparenza, e le dittature non resistono a lungo alla trasparenza. È giusto, ma un ragionamento del genere deve essere portato fino in fondo. Il suo buon senso non è sfuggito a Saddam Hussein, ben consapevole del fatto che abbassando le armi, firmerebbe la sua sentenza di morte. A meno di non prestargli pulsioni suicide, di cui non ha mai dato prova, bisogna concludere che abbia fatto di tutto per mantenere il suo potenziale di distruzione e perpetuare il gioco a rimpiattino nel quale eccelle da più di 12 anni. Senza la minaccia militare, le ispezioni sarebbero state votate al fallimento. Rifiutando ogni ultimatum, Francia e Germania sembravano scommettere sulla buona volontà dell'"ispezionato". Strano "schieramento della pace", che rifiuta di disarmare un guerrafondaio matricolato.
Per mezzo secolo, il potere di devastazione massiccia è stato monopolizzato e bloccato da alcune potenze nucleari. Ma dall'11 settembre è alla portata di molti. Non solo il terrorismo sta raggiungendo una dimensione mai vista prima, ma le armi biologiche, chimiche e persino atomiche "fatte in casa" consentono ai predatori di guardarsi le spalle al minor costo. Bin Laden asserragliato nelle grotte di Tora Bora fa rustico. Più promettente la soluzione di Kim Jong Il, rifugiato nel suo silo nucleare. Programmare l'abbinamento di un terrorismo alla Bin Laden a una santuarizzazione alla Kim: ecco una cosa che Saddam non poteva né preparare né concepire. L'uomo ha troppi scrupoli, è dedito all'amore del prossimo e certe ambizioni gli sono estranee. Nascondiamo pure, come gli struzzi, la tv nella sabbia, evitando soprattutto di vedere ciò che incombe.
* scrittore e filosofo traduzione di Elisabetta Horvat .
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Il coraggio di guardare in faccia l’odio.
Avanti, brava gente che tappezzate i vostri balconi di belle bandiere arcobaleno, spiegateci con sufficienza che la colpa è di Berlusconi, Blair e Bush. Non è evidente? Senza intervento occidentale in Iraq, nessun rogo a Falluja. Saddam sarebbe ancora sul suo trono . Senza occidentali in Iraq, gli stranieri potrebbero vendere in pace camion e cannoni mentre le pile di cadaveri crescerebbero di nuovo alla media calcolata su 20 anni di 300/400 morti al giorno. Spoglie irachene, naturalmente: le trovate più sopportabili perché autoctone, o sublimi antirazzisti? Ieri la barbarie calava dalle alte sfere locali e insanguinava 25 milioni di iracheni. Oggi, risorge tra gli ambienti sunniti inquadrati e diretti dalla passata nomenklatura. Dall’inizio alla fine, questa efferatezza resta abominevole, porta il segno di un Saddam o di un Bin Laden, l’uno privo di scrupoli quanto l’altro.
Avete mai sentito parlare di guerre di religione? Non portano la responsabilità di Blair. E Guernica? Berlusconi non c’entra nulla. E le fosse Ardeatine, credete di potervi scorgere la mano nascosta della Cia o dei neocon? Vi prego: osate, per un istante, guardare in faccia l’odio e il fanatismo per come l’eternità li riproduce, uguali a se stessi. Dimenticate per un momento le vostre sacrosante baruffe da campanile, perché non hanno voce in capitolo: Prodi o Berlusconi sono zuppa o pan bagnato per i linciatori del Medio Oriente. Mentre voi brandite i vostri deliziosi striscioni intitolati «pace», quelli concludono la loro festa a colpi di vanga e di pietre sui corpi incendiati
ANDRE’ GLUCKSMANN, Corriere della Sera
Avete mai sentito parlare di guerre di religione? Non portano la responsabilità di Blair. E Guernica? Berlusconi non c’entra nulla. E le fosse Ardeatine, credete di potervi scorgere la mano nascosta della Cia o dei neocon? Vi prego: osate, per un istante, guardare in faccia l’odio e il fanatismo per come l’eternità li riproduce, uguali a se stessi. Dimenticate per un momento le vostre sacrosante baruffe da campanile, perché non hanno voce in capitolo: Prodi o Berlusconi sono zuppa o pan bagnato per i linciatori del Medio Oriente. Mentre voi brandite i vostri deliziosi striscioni intitolati «pace», quelli concludono la loro festa a colpi di vanga e di pietre sui corpi incendiati
ANDRE’ GLUCKSMANN, Corriere della Sera
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