Sunday, August 26, 2007

Ovest contro Ovest

di André Glucksmann

In visita a Parigi l'11 febbraio, Vladimir Putin, promosso nuovo arcangelo della pace, ha detto di voler «segnare questo giorno con una pietra bianca», salutando in Jacques Chirac, un grande leader che «si emancipa dalla logica dei blocchi». L'idea di Chirac capo del dopo guerra fredda seduce. Ma c'è una cosa da sottolineare: dato che il blocco comunista è scomparso dal 1990, quello spaccato dal presidente francese è il blocco democratico. Quindi, Vladimir Putin si è congratulato con l'uomo che a suo parere ha posto fine all'Alleanza atlantica. La Nato è un vestigio, l'Europa deve "liberarsi" dalla tutela americana, non c'è più un nemico comune per saldare insieme bevitori di vino e amanti della Coca-Cola. Dal Café du Commerce all'Eliseo, si ironizza su un discorso che mescola in politica il bene e il male, la giustizia e l'ingiustizia, la libertà e la dittatura. Nei salotti parigini si punta a una visione "premoderna" del mondo. A Parigi e a Berlino, è più corretto trovare un'intesa con il "postmoderno" Putin che con il "fondamentalista" Bush, portatore di un messianesimo che ripugna alle nostre tradizioni tanto sagge, laiche e realiste.

Gli stereotipi secolari fioriscono a mazzetti. L'America vi appare analfabeta, cowboy, fanaticamente religiosa e cinicamente pragmatica, governata da un cervellino da passero e da un clan di falchi, interessata solo al petrolio ma anche a un disegno idealista: insomma, un'egemonia in piena ascesa e un impero parassitario in decadenza terminale... Poco importa se gli argomenti sono contraddittori: tutti arrivano alla conclusione che Bush è il nemico numero uno dell'umanità, mentre Saddam, per quanto ci si degni di riconoscerlo mortifero, conta quanto il due di coppe. Per la prima volta dal 1945, la frattura Ovest-Ovest divide la politica mondiale.

I governi che intonano la grande aria del "diritto" contrapposto alla forza sembrano più ipocriti che veri. Mosca rade al suolo una capitale. Pechino mette a sacco il Tibet e la provincia degli Uigurs e non ha mai espresso rammarico per il sangue degli studenti versato a Tien Anmen. E la Siria occupa il Libano. Bella compagnia! Felice alleanza per Parigi e Berlino! Ciascuno è padrone a casa sua, a ogni macellaio il suo gregge e i suoi mattatoi.

Ridotto a principio di sovranità, il "diritto internazionale" garantisce a Saddam la possibilità di gasare i suoi e di massacrare ad libitum, e a Putin il permesso di portare avanti fino al genocidio le sue sedicenti "operazioni antiterroristiche". I manifestanti pacifisti che ripetono in coro il ritornello del "diritto internazionale" sostengono uno status quo violento e bellicoso. Compiango il mio amico Joschka Fischer, che alcuni anni fa ebbe il coraggio di prendere di contropiede i Verdi. Allora spiegò che peggio della guerra era Auschwitz, il terrore e la servitù senza fine. E concluse indicando la necessità di soffocare in nuce un'escalation verso l'inumano, bloccando manu militari il dittatore di Belgrado. Ora che è diventato ministro considera Saddam più umano, meno pericoloso di Milosevic per il suo popolo e per il mondo?

Compiango il mio presidente Jacques Chirac per aver dimenticato la sua audacia di fronte a quello stesso Milosevic. Ha affermato che un disarmo radicale porterebbe ipso facto alla caduta di Saddam, poiché il disarmo presuppone la trasparenza, e le dittature non resistono a lungo alla trasparenza. È giusto, ma un ragionamento del genere deve essere portato fino in fondo. Il suo buon senso non è sfuggito a Saddam Hussein, ben consapevole del fatto che abbassando le armi, firmerebbe la sua sentenza di morte. A meno di non prestargli pulsioni suicide, di cui non ha mai dato prova, bisogna concludere che abbia fatto di tutto per mantenere il suo potenziale di distruzione e perpetuare il gioco a rimpiattino nel quale eccelle da più di 12 anni. Senza la minaccia militare, le ispezioni sarebbero state votate al fallimento. Rifiutando ogni ultimatum, Francia e Germania sembravano scommettere sulla buona volontà dell'"ispezionato". Strano "schieramento della pace", che rifiuta di disarmare un guerrafondaio matricolato.

Per mezzo secolo, il potere di devastazione massiccia è stato monopolizzato e bloccato da alcune potenze nucleari. Ma dall'11 settembre è alla portata di molti. Non solo il terrorismo sta raggiungendo una dimensione mai vista prima, ma le armi biologiche, chimiche e persino atomiche "fatte in casa" consentono ai predatori di guardarsi le spalle al minor costo. Bin Laden asserragliato nelle grotte di Tora Bora fa rustico. Più promettente la soluzione di Kim Jong Il, rifugiato nel suo silo nucleare. Programmare l'abbinamento di un terrorismo alla Bin Laden a una santuarizzazione alla Kim: ecco una cosa che Saddam non poteva né preparare né concepire. L'uomo ha troppi scrupoli, è dedito all'amore del prossimo e certe ambizioni gli sono estranee. Nascondiamo pure, come gli struzzi, la tv nella sabbia, evitando soprattutto di vedere ciò che incombe.

* scrittore e filosofo traduzione di Elisabetta Horvat .

D-Day, ancora grazie America

di André Glucksman

Dieci anni fa rimpiangevo l'assenza del cancelliere tedesco alle cerimonie di Normandia. Oggi, non rinuncerò al mio piacere, intimo quanto filosofico. Rivolgo un grazie ai soldati che sbarcarono il 6 giugno 1944, quando la rete della Resistenza dove lavoravano mia madre e le mie sorelle più grandi cadeva nelle grinfie di Klaus Barbie: arresti, torture, corpi martirizzati spediti senza ritorno là dove sapevamo. E grazie agli americani, agli inglesi, ai canadesi, agli australiani che mi hanno salvato il resto della famiglia, grazie a coloro che permisero ai francesi di oggi di non essere costretti a pensare da nazisti o da stalinisti.
Senza D-Day, non ci sarebbe stata Europa a Sei, a Quindici, a Venticinque e oltre. Sono ancora pervaso, privilegio dell'età, della gioia cosmica, estatica, che scoppiava al di sopra della mia testa di bambino quando gli adulti pronunciavano la parola «liberazione».
Dovemmo aspettare la metà degli anni Settanta affinché un presidente della Repubblica federale riconoscesse chiaramente e distintamente che la Germania, al termine della Seconda guerra mondiale, non fu «invasa», ma «liberata». È perché la differenza fra queste due parole mostrasse la sua evidenza decisiva che i miei cari, quelli più vicini e quelli più lontani, a Lione, a Omaha Beach, a Stalingrado, sono morti. Si parla a sproposito, con i tempi che corrono, di «legittimità internazionale». L’unica, la vera, fu inaugurata sulle spiagge normanne. Se l’Onu, malgrado il suo lato caotico, non assomiglia del tutto alla triste Società delle Nazioni, è perché i suoi fondatori a San Francisco avevano giurato che Giappone e Germania non sarebbero stati conquistati né colonizzati, ma semplicemente liberati dal fascismo. Da qui derivano due principi che, sostenendo silenziosamente la Carta delle Nazioni Unite, impongono le sue inevitabili ambiguità e contraddizioni: 1) il diritto dei popoli a essere liberati; 2) l’autolimitazione del diritto del vincitore, al quale è vietato conquistare, ma che è portatore di democrazia.
Il diritto dei popoli ad essere liberati da un dispotismo estremo - diritto al D-Day - prevale sul rispetto ordinario delle frontiere e sul principio secolare di sovranità. Tenuto conto della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, grazie all’esperienza dei totalitarismi, il diritto essenziale dei popoli di disporre di se stessi non deve garantire né implicare il diritto dei governanti a disporre dei loro popoli. Sullo sbarco in Normandia si basano i recenti interventi in Kosovo, in Afghanistan e in Iraq, anche senza copertura del Consiglio di Sicurezza. Per una ragione decisiva: la legittimità inaugurale che guidò la costituzione dell’Onu supera in autorità la giurisprudenza ordinaria delle istituzioni nate da quella legittimità fondatrice. Tanto più che in questo decimo anniversario del genocidio dei Tutsi in Ruanda, il ricordo di spaventosi fiaschi nella gestione dell’Onu non sfugge a nessuno e soprattutto non sfugge a Kofi Annan che predica, invano, l’urgenza di una riforma radicale delle istituzioni e della legislazione internazionali.
Possono ancora, gli americani, fare appello al diritto d’ingerenza battezzato nel sangue versato per liberare l’Europa? Sì. Malgrado le recenti ignominie commesse nelle prigioni irachene, moralmente insopportabili, politicamente controproducenti e strategicamente assurde, di cui portano l’intera responsabilità? Sì. Perché, nel bene e nel male, gli Stati Uniti restano una democrazia. L’unica, da quanto mi risulta, che non abbia censurato, in piena guerra, la pubblicazione dei crimini commessi dai suoi soldati. L’unica dove la stampa e la televisione svelano in poche settimane la vastità degli abusi e scrutano liberamente gli annessi e i connessi del disastro compiuto. L’unica dove le commissioni d’inchiesta parlamentari portano in tribunale un presidente, ministri, generali, capi dei servizi segreti interrogandoli senza riguardi né restrizioni.
Ricordiamoci che la Francia, tanto generosa nell’impartire lezioni, in quarant’anni non ha mai incolpato, giudicato o condannato neanche uno dei militari che torturarono durante la guerra d’Algeria. È cinquant’anni dopo la fine delle ostilità, nel 1995, che un Presidente riconobbe le responsabilità della Repubblica fra il 1940 e il 1945. Ed è oggi, dieci anni dopo i fatti, che diversamente dal Belgio, dall’Onu e da Washington, la Francia si ostina, a destra come a sinistra, a rifiutare qualsiasi scusa ai Tutsi vittime di genocidio. Tutto questo innalza noi francesi ad altitudini morali inaccessibili ai rozzi yankees, afflitti da una stampa insolente, da un Senato indagatore e da governanti costretti ad aprire i loro dossier per spiegarsi in tempo reale.
Altrove, guardate com’è diverso, regna l’omertà. Aprile 2004. La prima videocassetta: torture sistematiche, occhi estratti dalle orbite, membra strappate di presunti combattenti, piramide di corpi. Seconda videocassetta: esecuzione deliberata di una madre e dei suoi cinque figli (dai 12 mesi ai 7 anni) nei pressi di Chatoi, in Cecenia. Due testimonianze filmate da soldati russi nauseati dalle gesta dei loro compagni d’armi. Un solo giornale di Mosca, la Novaia Gazeta , pubblica le foto. Nessuna reazione. Silenzio radio-televisivo, silenzio della giustizia, non una parola dalla gerarchia militare e politica, mutismo mondiale. Bush è accolto sotto una valanga di proteste, Putin è accolto come un fratello.
Eppure oggi il cittadino americano è il solo a guardare, giudicare e condannare a caldo i misfatti perpetrati in suo nome. L’America non è popolata da angeli, ma rimane la patria numero uno dei diritti dell’uomo perché, più che altrove, è capace di darsi i mezzi per mettere in luce e quindi bloccare la loro violazione. I diritti dell’uomo misurano la nostra capacità di resistere all’inumano, al male che ci è di fronte come al diavolo che è in noi.

(traduzione di Daniela Maggioni)

Los pacifistas son ilusos peligrosos.

André Glucksmann: Los pacifistas son ilusos peligrosos; su idea es que les dejen tomar el té tranquilos

Carmen Méndez. Madrid

André Glucksmann es el enfant terrible de los pensadores franceses. Siempre polémico, apoyó desde el primer momento la intervención en Irak, defiende el derecho a la injerencia y pide una Europa que luche contra el terrorismo codo con codo junto a Estados Unidos.

“Demasiado respeto mata”. André Glucksmann deja caer la frase mientras sonríe con ese aire pop que tiene a lo Andy Warhol. “La supuesta legitimidad de un Consejo de Seguridad de la ONU que a menudo se muestra sordo y ciego no autoriza a dejar que los horrores aumenten y perseveren”.

El debate (y la polémica) están servidos. El filósofo francés, que ha presentado en España su último libro, Occidente contra Occidente (Taurus), sabe que sus opiniones no son políticamente correctas. Y está encantado de que sea así. La tesis de este ensayo breve –que desmonta la famosa teoría de Samuel Huntington del choque de civilizaciones– es que Occidente (término en el que engloba a los países democráticos) está “adormecido por el espejismo de la posguerra definitiva” y prefiere no enfrentarse al gran enemigo del siglo XXI, el nihilismo terrorista.

Pregunta: En su libro acusa a parte de Europa de utilizar la técnica del avestruz.

Respuesta: Para evitar el estupor que causó el 11–S, las elites europeas han preferido fabricarse un mundo confortable para huir de una realidad muy engorrosa. Han separado a cuchillo la cultura europea y la norteamericana porque quieren dormir tranquilos. Se ha fomentado el antiamericanismo. Creen que la amenaza del terrorismo nihilista sólo concierne a Estados Unidos, piensan. En parte, ellos se lo han buscado, por imperialistas. Se equivocan. Atocha ha confirmado que esta amenaza no es exclusiva de los norteamericanos.

P.: ¿Es un choque de civilizaciones?

R.: Para nada. Es un choque entre civilización y nihilismo. Los nihilistas están en el mundo musulmán, en Europa, en Asia, en todas partes. Destruyen por el placer de destruir. Lo hacen en nombre de la religión o del futuro.

P.: ¿Y cómo se defiende la civilización del nihilismo?

R.: Si hace falta, con la guerra.

P.: ¿Por eso defiende el derecho a la injerencia?

R.: Sí, porque el terrorismo, la tortura y la esclavitud bastan para legitimar la acción emprendida contra esas plagas.

P.: Como el historiador griego Tucídides, usted recuerda que los conflictos más intensos son los que enfrentan a iguales. Europa, ¿se ha equivocado de enemigo?

R.: No podemos hablar de Europa como si fuera un bloque, porque está dividida. Creo que Francia y Alemania se han equivocado hasta el fondo, porque consideraron que era mejor que permaneciera en Bagdad el dictador Sadam Husein que no ver a Bush entrar en Bagdad. Europa se dividió y de esa escisión son responsables quienes se unieron para luchar contra la guerra de Irak.

P.: ¿Cree que el eje París-Berlín tiene futuro?

R.: Espero que no. Quiero destacar que el hombre que me parece más inteligente dentro de ese campo de la paz es el ministro alemán de Exteriores, Joschka Fischer. Ha declarado, contradiciéndose, que no era conveniente crear un núcleo duro para dirigir Europa, y que no hay que luchar contra Estados Unidos sino contra el terrorismo. Pero volviendo al eje París–Berlín, creo que no tiene futuro. Sí lo tiene –y me preocupa mucho más– el eje París-Moscú. Es un enorme problema para el campo de la paz preferir a Putin antes que a Bush.

P.: ¿Por qué le preocupa tanto Putin?

R.: Rusia es peligrosa para todos los que le rodean: es el país que está llevando a cabo la peor guerra que existe hoy, la de Chechenia, una guerra de exterminación contra un pueblo muy pequeño. Rusia es miembro permanente del Consejo de Seguridad de la ONU y se permite como tal condenar a todo un pueblo a la muerte. Sólo he visto manifestaciones contra Bush, no contra Putin, que no ha dudado en arrasar Grozny, la capital chechena, de 400.000 habitantes. Putin, además, está mermando las pocas libertades que había concedido Yelt-sin al pueblo ruso, como la prensa y la de opinión. El mayor problema que representa Rusia es el poder que tiene de molestar. Y se le permite.

P.: ¿El terrorismo checheno forma parte de ese nihilismo?

R.: Es cierto que hay formas de terrorismo nihilista checheno, como quienes secuestraron un teatro en Moscú, pero son una minoría. La mayoría de los chechenos está en contra de estos ataques contra los civiles y de quienes actúan como kamikazes. Pero existe el peligro de que todo esto derive en algo peor, porque Putin actúa como un bombero pirómano. El Ejército ruso ya lo hizo en Afganistán cuando devastó el país.

P.: ¿Qué papel juega la ONU en todos estos conflictos?

R.: Hay que reformarla. El Consejo de Seguridad ya no refleja el equilibrio de poder actual. Es una organización donde la mitad de los países están lejos de ser democráticos. La ONU ha dejado que sucedan dos genocidios, el de Camboya y el de Ruanda. Y en 2003, la comisión de derechos humanos estuvo dirigida por Libia. El régimen de Gadafi ha ocasionado más muertos que todo el Ejército americano en la intervención en Irak.

P.: ¿Por qué considera a los nuevos grupos pacifistas “cómplices del mal”?

R.: Son peligrosos porque son ilusos. Son buenos: quieren luchar contra las injusticias, como Don Quijote. Muchos manifestantes en Londres llevaban pancartas donde ponía ‘Make tea not war’. De acuerdo, bebamos tranquilos nuestro té porque la guerra es algo muy malo. Quienes se manifestaron contra la guerra de Irak lo hicieron por su paz, no por la de los iraquíes. Yo felicito a quienes se han atrevido a intervenir contra Sadam Husein. No se puede gritar con inocencia ¡viva la paz! cuando se trata de la paz eterna de las fosas comunes.

Diritti: perché oggi sono minacciati.

Il mondo arretra su libertà ed eguaglianza.
Intervista ad André Glucksmann a cura di Fabio Gambaro in la Repubblica 26 maggio 2004

«Il primo diritto di ogni uomo è quello di lottare contro l´inumanità della sua condizione». E´ sulla base di questa convinzione che André Glucksmann si è sempre battuto in difesa dei diritti dell´uomo. Negli anni Settanta, ad esempio, il filosofo francese, che fu uno dei rappresentanti di punta dei nouveaux philosophes, riuscì a mobilitare l´opinione pubblica internazionale in favore dei boat people vietnamiti e dei dissidenti sovietici. Da allora non ha smesso di riflettere alla questione dei diritti umani e alle modalità della loro difesa ai quattro angoli del pianeta: «La battaglia per i diritti umani», ci dice, «non può essere fondata su un´ideale astratto dell´uomo o dell´umanità. Al contrario, tale difesa deve essere motivata solo dall´esperienza di ciò che è inumano. Si può dire persino che l´universalità dei diritti dell´uomo sta soprattutto nell´universalità dell´inumano. Ecco perché i diritti non devono servire alla costruzione di un qualunque paradiso in terra, ma solo a combattere, per quanto possibile, l´inferno che ci troviamo di fronte. Non è l´idea di un bene supremo che mobilita gli uomini, ma la resistenza al male».

E´ una posizione scevra di ogni idealismo...

«Esattamente. Sono sempre stato senza illusioni e lontanissimo dall´idealismo presente nella Dichiarazione dei diritti dell´uomo, elaborata dalla rivoluzione francese nel 1789. Lo stesso vale anche per alcune delle persone che hanno condiviso le mie battaglie, come Bernard Kouchner o Michel Foucault. Quest´ultimo aveva sempre criticato ogni definizione idealistica o metafisica dell´uomo, tanto che era considerato il portavoce dell´antiumanesimo e dell´idea della morte dell´uomo. Di conseguenza, non poteva certo aderire alla concezione dei diritti dell´uomo elaborata nel XVIII e XIX secolo, la quale postulava la promozione di un ideale umano. Una simile prospettiva ci sembrava molto coloniale, non potevamo assolutamente condividerla. Inoltre, di fronte a un ideale vago, le offese e le minacce che pesano sull´uomo - vale a dire i campi di concentramento, le torture, le umiliazione e le oppressioni - ci apparivano come realtà tremendamente concrete e universali».

La crisi delle ideologie totalizzanti ha favorito questa presa di coscienza?

«Certamente. In Francia ciò è avvenuto a metà degli anni Settanta, facilitando l´attenzione per i diritti dell´uomo in un´ottica non idealistica né ideologica. La nostra era una prospettiva pragmatica che, proprio per questo, riusciva a coinvolgere personalità molto diverse. Ad esempio, alla difesa dei boat people aderirono intellettuali ideologicamente molto distanti come Raymond Aron e Jean Paul Sartre».

Il richiamo alla Dichiarazione dei diritti dell´uomo del 1789 rimase però importante?

«Certo, anche se cercammo di denunciarne le ambiguità e le ingenuità. Per noi il dato essenziale era l´idea stessa di dichiarazione. La Costituzione del 1793 fondava la necessità di dichiarare i diritti inalienabili dell´uomo sull´esperienza e sul ricordo del dispotismo che aveva preceduto la rivoluzione. Per non ricadere negli orrori del passato, si ribadiva la necessità di alcuni diritti universali come la libertà, l´eguaglianza, la sicurezza o la proprietà. Evidentemente, come è stato segnalato più volte, ognuno di questi diritti può entrare in conflitto con gli altri, creando non pochi problemi. I quali però possono essere superati nel momento in cui questi non vengono invocati in maniera astratta, ma utilizzati concretamente per opporsi alla volontà di annichilire l´uomo. Questo, per altro, è un atteggiamento che nasce ben prima della rivoluzione francese».

Può spiegarsi meglio?

«In fondo, all´origine dell´idea dei diritti dell´uomo c´è l´Europa laica nata alla fine delle guerre di religione. Accettando la pluralità dei culti, gli uomini decisero di evitare nuovi massacri e nuovi fanatismi. La famosa frase di Enrico IV, "Parigi vale bene una messa" esprime la preoccupazione di evitare il peggio. Si riconosceva un diritto per evitare che gli uomini patissero nuove violenze. In seguito, l´idea dei diritti dell´uomo è presente implicitamente anche in scrittori come Racine, Boileau o Molière, scrittori moralisti nel senso inteso da Nietzsche, vale a dire capaci di scrutare le zone oscure dell´animo umano. E la difesa dei diritti dell´uomo si fonda proprio sulla capacità di fronteggiare ciò che di più inumano c´è negli uomini».

Tra gli autori contemporanei, quali hanno contribuito alla sua riflessione?

«Ho trovato spunti interessanti in molti testi. Penso ad esempio al Viaggio in Congo di Gide o ad alcuni scritti di Sartre. Ma anche alla riflessione di Charles Péguy sulla rivoluzione russa del 1905, dove interpretava quei moti non come una lotta per il potere, ma come una lotta per essere rispettati dal potere».

E´ questo il nocciolo duro dei diritti dell´uomo?

«Sì, il nostro primo diritto è quello di combattere l´inumano e di resistere all´oppressione obbligando il potere a rispettare l´uomo. Ciò implica la difesa di alcune libertà fondamentali, che consentono il progresso democratico. L´uomo deve sempre avere la possibilità di difendere la propria dignità, pur nella coscienza che si tratta sempre di una possibilità relativa, la quale è oggi più marcata nei paesi occidentali».

Anche questi però non sempre rispettano i diritti dell´uomo, come mostra lo scandalo delle torture in Iraq...

«E´ vero, il rispetto assoluto dei diritti umani non esiste. Anche i paesi democratici a volte li calpestano. Ma una democrazia garantisce sempre a coloro che vogliono far rispettare i diritti la possibilità di esprimersi e farsi ascoltare dall´opinione pubblica. La democrazia non è una realtà perfetta, ma una realtà in cui è possibile denunciare chi viola i diritti. Oggi questa possibilità è più estesa che in passato. Negli Stati Uniti le torture vengono denunciate e ci saranno delle condanne. Durante la guerra d´Algeria, la Francia ha torturato senza problemi e mai nessun militare è stato processato. Naturalmente, poi c´è anche chi sfrutta in maniera distorta o pretestuosa il tema dei diritti dell´uomo. La Russia, ad esempio, vuole fare condannare le atrocità commesse dagli americani nelle prigioni irachene, ma contemporaneamente rifiuta ogni ingerenza in Cecenia, dove le torture sono una pratica ricorrente da almeno dieci anni».

Il mio grido di libertà per la Cecenia.

Il mio grido di libertà per la Cecenia. Putin deve negoziare

14/05/2004 / Corriere della Sera
di ANDRÉ GLUCKSMANN

Qui peut le plus peut le moins (chi è capace del più è capace del meno).

Il 9 maggio 2004, «giorno della Vittoria» e «giorno dell’esercito», le truppe russe sfilano e cantano la loro gloria allorché la tribuna ufficiale, considerata inviolabile, salta in aria. In questo luogo, il più protetto di Grozny, i resistenti ceceni hanno deciso di giustiziare, fra altri ufficiali, il numero uno dell’amministrazione filorussa e il comandante in capo dell’esercito d’occupazione, famosi per la loro ferocia. Sarebbe stato più facile per i resistenti praticare un terrorismo cieco e indiscriminato; è più semplice far scoppiare, a caso, auto imbottite di esplosivo come a Bagdad, lasciarsi esplodere nei bar o sugli autobus come le bombe umane del gruppo Hamas, o, alla maniera di Bin Laden, mirare a stazioni e treni pieni di viaggiatori, ad abitazioni o complessi petroliferi e centrali nucleari, ben più vulnerabili che in Occidente. Non lo fanno. E nessuno si chiede il perché? Non è che non ci pensino.

Alcuni di loro cedono talvolta alla tentazione, come provano i 700 civili presi in ostaggio in un teatro di Mosca con un’operazione spettacolare e inquietante: il viaggio Grozny-Mosca in un convoglio armato senza farsi scoprire per migliaia di chilometri e, alla fine, 131 ostaggi uccisi dalla polizia federale e last but not least, nessun terrorista sopravvissuto per testimoniare. Non è l'audacia che manca loro: 400 anni di resistenza contro l'occupazione russa non possono che forgiare gli uomini e una pesante tradizione cantata persino dai poeti russi. Oh Puskin! Oh Lermontov! Oh Tolstoi! Non è la disperazione che manca loro: dieci anni di un'ultima guerra a porte chiuse, dimenticata dal mondo, cancellata dalle coscienze. La capitale, città e villaggi rasi al suolo, oltre un quinto degli abitanti morti, e quanti feriti, torturati, disabili, quante vedove, quanti orfani e quanti ancora ce ne saranno? Cataste umane dilaniate dalle granate, borghi circondati dai carri armati, retate, popolazione presa in ostaggio dagli uomini in uniforme, commercio di cadaveri… Non è la rabbia che manca loro; da perdere non hanno che le catene.

La giornalista moscovita Anna Politkovskaia, che ha fatto più di cinquanta volte il viaggio a Grozny, paragona la Cecenia a un immenso campo di concentramento o al ghetto di Varsavia. All'inizio del XXI Secolo la crudeltà all'ennesima potenza è esposta in questa parte desolata del Caucaso, sulle rive della nostra Europa. Tuttavia, gli errori dei resistenti sono, ad oggi, eccezionali; il terrorismo contro i civili, russi compresi, è debitamente condannato dalle autorità indipendentiste, in primo luogo dal presidente Maskhadov (l'unico eletto sotto controllo dell'Ocse nel 1997). Forte di una storia pluricentenaria di lotta instancabile contro l'impero zarista, comunista ed eltsin-putiniano, la resistenza cecena se la prende con le forze armate e riesce ancora a padroneggiare i suoi estremisti, capaci di lasciarsi andare ai massacri globali dell'islamismo radicale.

Io chiamo terrorismo l'attacco deliberato alle popolazioni disarmate. In Cecenia, questo orrore è prerogativa dell'esercito e della polizia russa, assecondati dalle milizie e dalle mafie collaborazioniste reclutate da Mosca. Chiamo antiterrorista la resistenza armata che si oppone a quegli apparati repressivi facendo attenzione a risparmiare i civili. L'attentato del 9 maggio 2004 è un atto di resistenza antiterrorista per eccellenza. Si prendono di mira e si uccidono il carnefice e i suoi fedeli.

Invece di festeggiare Putin e di dargli ancora una volta via libera condannando questo atto di guerra strettamente mirato, i governi democratici, fiancheggiati dalle loro opinioni pubbliche indifferenti, dovrebbero trattenere per il braccio quel pompiere piromane. La sua crociata razzista minaccia d'annientare un popolo, certo quantitativamente piccolo, ma immensamente coraggioso: un popolo che non ha mai ceduto né davanti agli zar, né al gulag, dove Stalin lo spedì al completo. Nel momento in cui una giusta indignazione si eleva contro le efferatezze americane nelle prigioni irachene, l'abbandono totale degli sventurati ceceni consegnati a una soldatesca capace di tutto è un cattivo presagio sull'avvenire del mondo.

Cosa vuole l'Occidente? Vuole rischiare il peggio? Vuole che lo scenario afgano si ripeta? Che le devastazioni fisiche, sociali e morali commesse dallo stato maggiore russo lascino il campo libero ai gangster e ai fanatici? Vuole rivivere la sequenza infernale talebani, Al Qaeda, Manhattan? Non serve volgere lo sguardo altrove. E' estremamente urgente esercitare pressioni diplomatiche, finanziarie e morali atte a incitare Putin alla prudenza, quindi al cessate il fuoco. Se le considerazioni strettamente umanitarie gli sono estranee, richiamiamolo ai suoi interessi secolari e di sicurezza. Le «rappresaglie» che annuncia non avranno alcun effetto su chi già soffre il martirio. Il 9 maggio 2004 è la prova che Putin non controlla niente. Deve negoziare con la resistenza.

André Glucksmann

L'islamismo è il nuovo nichilismo

"Glucksmann: l'islamismo è il nuovo nichilismo" di Marina Corradi - Avvenire 17-09-03

André Glucksmann ha appena pubblicato un nuovo saggio, L'Ouest contre l'Ouest, da pochi giorni nelle librerie francesi. La tesi: l' Occidente, invece che dividersi in pro e contro Bush, amici e nemici degli Usa, farebbe meglio a guardar bene dov'è, il vero nemico. Che è dalle parti dell'Iraq, ma non soltanto lì. Il vero nemico è, dice il filosofo, una sorta di occulta alleanza fra registi di caos: Saddam e Bin Laden e altre guide di un terrorismo, che dell'Islam si serve in un disegno totalitarista e, al fondo, di pura distruzione. Come una riedizione delle ideologie che hanno segnato di tragedia il ventesimo secolo. Una voce molto autorevole, quella di Glucksmann, ma isolata tra gli intellettuali, e non solo francesi. Un pessimista potrebbe obiettare che i profeti sono spesso inascoltati. Intanto, l'Europa è distratta, e a stento si ricorda dell'11 settembre di due anni fa.

Professor Glucksmann, dopo l'attentato contro la sede dell'Onu a Bagdad, lei ha detto che è ormai evidente come il terrorismo islamico voglia soltanto distruggere, come voglia, letteralmente, il nulla, ponendosi come una nuova forma dl nichilismo nella storia. E' questo, ciò che lei rimprovera a molti europei, è soprattutto alla Francia, di non volere capire?

"Mi ha addolorato che una parte dell'Europa non abbia voluto prendere parte alla liberazione dell'Iraq oppresso da Saddam Hussein, e al tentativo di stabilire in quel paese almeno due cose fondamentali: uno Stato di diritto, e la democrazia, o almeno quanto più democrazia è possibile in questo momento. Ma dopo l'attentato contro l'Onu a Baghdad, e quello contro l'ambasciata di Giordania, e l'assassinio dell'ayatollah Hakim, c'è un'altra evidenza che salta agli occhi di un osservatore appena attento. Assistiamo all'allargarsi di un terrorismo islamista che sembra segnato da un marchio nichilista.
Ha scritto un editorialista sul quotidiano libanese Al safir commentando l'attentato di Baghdad: "Ciò che è successo ieri rivela una mentalità distruttiva. Espelliamo tutti i mediatori. Cacciamo qualsiasi organizzazione internazionale. Tagliamo l'elettricità e l'acqua. Chiudiamo le università e le scuole. Che si blocchi la vita civile... Una forma di nichilismo e di caos si nasconde dietro a slogan bugiardi". E gli europei che pensano che questi terroristi rappresentino il loro popolo: ma come possono farlo, se sabotano l'acquedotto e fanno morire di disidratazione i loro stessi figli? Il credere poi, come molti europei fanno, che basti l'assenza, il non esserci, perché la democrazia in Iraq ritorni, è un errore molto grave".

Forse, banalmente, molti europei pensano che in fondo l'Iraq è lontano, e che la questione non li riguardi così da vicino...
"A questi europei risponderei che c'è una continuità fra Khomeini, Saddam e Bin Laden, una continuità inquietante. Tutti e tre erano o sono leader disposti a tutto, a ogni sacrificio di civili, e anche della propria gente, pur di arrivare a ciò che si sono dati come obiettivo. L'obiettivo di Khomeini era l'Arabia Saudita e quindi la conquista della Mecca; l'obiettivo di Saddam era il Kuwait, non per il petrolio che ha già, ma per porsi come uomo forte della regione; l'obiettivo di Bin Laden è di nuovo il dominio sull'Arabia Saudita. Tutti, alla fine, avevano o hanno in mente il controllo sulla Tomba del profeta, e quindi su oltre un miliardo di musulmani. Disposti a tutto per questo, in un disegno totalitario, paragonabile a quello del nazismo o del comunismo".

Lei ha dichiarato a "Le Figaro magazine" che "il terrorismo islamista rimpiazza la laica "lotta finale" del comunismo con un'apocalisse teologica, con effetti tuttavia analoghi sulla società: questo terrorismo è dunque un vettore del terrore".

"Preciso che "islamismo" non è l'islam, ma è una utilizzazione dell'islam fatta dagli ideatori di questi disegni. L'islamismo di cui parlo può essere definito come la declinazione attuale di uno spirito distruttore che la storia ha già più volte conosciuto. Si può distruggere in nome di Allah, come di una razza o di una classe sociale. Ciò che accomuna è l'idea di violenza redentrice, e il non fermarsi davanti a mente".

Lei, professore, è convinto del pericolo che denuncia tanto da gridarlo ad alta voce, quasi solo tra gli intellettuali, e non soltanto in Francia. Che effetto le fa, nella sua certezza, quest'Europa che distratta guarda altrove?

"Di gente che, in presenza di un grave pericolo, sceglie di dormire. Dicono: in fondo quello delle Twin Towers è stato un incidente, dovuto all'arroganza, all'imperialismo degli americani. Però è significativo come quell'area di Manhattan sia subito stata chiamata, e in tutto il mondo, Ground Zero, come l'area in cui fu sperimentata la bomba atomica. Ground Zero, piano zero, come se inconsciamente si avesse l'impressione di un azzeramento, un dover ricominciare da capo.
Quanto agli europei, dicono "no alla guerra", ma la guerra è là, non ha mai lasciato il nostro orizzonte. È, come scrisse Tucidide, una malattia cronica, e bisogna saperla fissare negli occhi".
Cosa succede a una civiltà che non vuole fissare negli occhi la guerra, nemmeno quando fosse veramente necessario?

"Allora - sorride con amarezza Glucksmann - è la guerra che guarda quella civiltà, e medita di farla esplodere nel bel mezzo del suo sonno, a colpi di terrorismo e bombe umane".

Ex Nihilo Nihil Fit.

L'indipendenza nazionale è una missione politica Gli intellos non lo capiscono

Dal nulla del terrorismo nasce il niente (ex nihilo nihil fit). Scrive André Glucksmann di aver "previsto da tempo che la guerra di Putin avrebbe portato i separatisti a diventare terroristi". Per la verità la seconda occupazione di Grozny, quella del 1999, avvenne dopo che terroristi ceceni avevano fatto saltare in aria un certo numero di edifici civili a Mosca e a San Pietroburgo. Allora a Grozny c'era, tollerato dai russi, il governo autonomo ceceno del leader moderato Aslan Mashkadov. Ma gli estremisti islamici che controllavano le bande armate scelsero il terrorismo, prima e non dopo la "guerra di Putin". In ogni caso, il punto politico del problema è se istanze nazionali represse giustifichino il terrorismo come variante delle "guerre di liberazione". E' la tesi sostenuta da Hamas e dagli Hezbollah contro Israele, ma anche quella più volte ribadita da Barbara Spinelli (che su Israele la pensa in tutt'altro modo) proprio in relazione alla Cecenia. Il nazionalismo, nato in Europa in epoca romantica, puntava alla dissoluzione degli imperi multinazionali in base al principio di nazionalità. Anche nell'Ottocento, anche in Italia agivano società segrete che puntavano a far scoppiare moti popolari innescati da azioni armate. A Ciro Menotti e a Carlo Pisacane si dedicano vie, piazze e monumenti, ma l'indipendenza fu opera della diplomazia avventurosa di Camillo di Cavour che trovò modo di coprire e assorbire anche il movimento garibaldino. La dissoluzione degli imperi multinazionali turco e austroungarico, completata con la Prima guerra mondiale, avrebbe dovuto, secondo Woodrow Wilson, aprire la fase della piena applicazione del principio di nazionalità. Innescò invece un altro e più tremendo conflitto planetario. Nella seconda metà del secolo scorso si smantellarono, per lo più pacificamente, gli imperi occidentali francese e britannico. Nelle situazioni in cui invece la decolonizzazione assunse caratteri cruenti, finì per essere inserita nella grande partita della Guerra fredda, con interventi diretti e militari delle potenze leader in Asia, dalla Corea all'Indocina, indiretti e prevalentemente propagandistici in Africa, dall'Algeria al Congo e, successivamente, in Angola, Mozambico e Corno d'Africa. Anche il crollo dell'impero sovietico portò al recupero dell'indipendenza in forma pacifica in Europa, per le repubbliche Baltiche, l'Ucraina, la Bielorussia, la Georgia, i vari "stan" caucasici a maggioranza musulmana e per i paesi satellite, mentre in altre parti del Caucaso e in altre zone dell'Asia centrale, a cominciare dall'Afghanistan, l'intreccio delle lotte per l'indipendenza con tensioni etniche e l'emergere del fondamentalismo islamico (oltre ai problemi degli oleodotti) portarono a una serie di scontri, di cui quello ceceno è il caso più sanguinoso ma non certo l'unico. Ciò dimostra che, con tutte le sue difficoltà, la Russia ha sostanzialmente accettato l'esigenza di riconoscere l'indipendenza alle popolazioni assoggettate dagli zar e dal bolscevismo, come a loro tempo avevano fatto Francia e Gran Bretagna e, successivamente, il Portogallo. In questo colossale processo di decolonizzazione il terrorismo non ha giocato un ruolo preminente. Il caso più noto, quello algerino, è stato, nella lotta contro la Francia, assai meno sanguinoso di quanto non lo sia oggi, nonostante l'indipendenza sia pienamente affermata.

L'equazione di moda

Guardando al panorama generale del processo di emancipazione dei popoli soggetti al dominio di altre potenze, si vede come l'equazione oggi di moda, secondo cui l'aspirazione alla libertà porta alla disperazione e al terrorismo ­ che ne risulta in qualche modo razionalizzato se non giustificato ­ è infondata. E' anzi probabile il contrario: quando il terrorismo si impone alla testa dei movimenti di liberazione li conduce alla disfatta. La scelta della tattica del terrore induce le potenze dominanti ad adottare forme di repressione particolarmente crudeli, che non sono affatto giustificabili, e questo è il caso dei ceceni come dei curdi e, almeno per il periodo franchista, dei baschi. E non porta ad alcuna soluzione, perché la comunità internazionale deve evitare che gruppi terroristici si impadroniscano di Stati sovrani. Il terrorismo viene venduto come unica arma per la rivolta dei popoli oppressi dai suoi propagandisti, ma non lo è affatto, né in Palestina né in Cecenia né altrove. E' impressionante che intellettuali occidentali, sostenitori dei principi democratici come Glucksmann o Spinelli, forse per un antisovietismo traslato, cadano in questa trappola nel caso della Cecenia. Ex nihilo nihil. L'indipendenza nazionale è la creazione di rapporti di forza favorevoli su base politicomilitare o diventa mito nazionalista, etnico, religioso, infine terrorismo.

To the Cuban people on Human Rights Day

English Version:

To the Cuban people on Human Rights Day

Fifty-five years ago, on Dec. 10, 1948, the General Assembly of the United Nations adopted the Universal Declaration of Human Rights. It stated in its preamble:

• Recognition of the inherent dignity and of equal and inalienable rights of all members of the human family is the foundation of freedom, justice and peace in the world.

• Disregard and contempt for human rights resulted in barbarous acts which have outraged the conscience of mankind [and] the advent of the world in which human beings shall enjoy freedom of speech and belief, and freedom from fear and want has been proclaimed as the highest aspiration of the common people.

• It is essential, if man is not to be compelled to have recourse, as a last resort, to rebellion against tyranny and oppression, that human rights should be protected by the rule of law.

With these plain and indeed self-evident truths in mind, we, both Cubans and non-Cubans living in the democratic world, would like to express our solidarity with all brave men and women of Cuba still struggling for their inalienable rights and human dignity under the difficult conditions of an oppressive, totalitarian regime.

Our thoughts and prayers go first to the political prisoners sentenced to long terms in prison just for their commitment to the universally recognized rights and freedoms, and to their families. We call on all democratic governments of the world to express their strongest possible condemnation of these inexcusable acts of repression, blatantly violating international obligations of Cuba and urge them to ask the Cuban government for their immediate release.

We share the conviction that the time of dictatorship in Cuba is coming to an end. There will be no succession after Fidel Castro, no cosmetic changes of totalitarian system after he is gone, but the genuine return of Cuba from the totalitarian captivity to the family of the world's democracies.

We are committed to do our best to support your noble cause. Let us work together, inspired by the ideals of José Martí, a genuine revolutionary and voice of Cuba within the community of nations. Cuba must not and will not remain a forgotten remnant from the Cold War, a kind of open-air museum of a system that discredited itself and failed. We believe that the dreams you inherited from Martí will come true sooner than your jailers and persecutors would wish, and you and all Cubans will be free.

[Signed by]:

Madeleine Albright, Former Secretary of State (USA); Marcos Aguinis, Argentine writer; Harriet Babbitt, former US Ambassador; Elena Bonner, Russian Human Rights activist; Marek Edelman, Polish leader; Jan Figel, MP, Slovaquia; Bronislaw Geremek, former Polish Foreign Minister; Andre Glucksmann, French Philosopher; Vaclav Havel, former President of the Czech Republic; Jeane J. Kirkpatrick, former US Ambassador; Jacek Kuron, former Polish anti-communist leader; Mart Laar, former First Minister of Estonia; Mario Vargas Llosa, Peruvian novelist; Cecilia Malmstrom, Swedish member of the European Parliament; Markus Meckel, MP, Germany; Adam Michnik, Polish journalist; Dana Nemcova, Czech human rights activist; Martin Palous, former Czech anti-communist leader; Tomas Pojar, People in Need, Czech Republic; Elsa Tió, Portorican poet; Ricardo Bofill, Comité Cubano pro Derechos Humanos; Frank Calzón, Centro por una Cuba Libre; Sebastián Arcos Cazabón, Cuban human rights activist; Manuel Jorge Cutillas, businessman; Himilce Esteve, University Professor; Joe García, Fundación Nacional Cubano Americana; Orlando Gutiérrez, Directorio Democrático Cubano; Angel de Fana, Plantados por la Libertad; Carlos Franqui, Cuban writer; Guillermo Cabrera Infante, Cuban novelist; Sylvia Iriondo, Mujeres Contra la Represión en Cuba; Huber Matos, Cuba Independiente y Democrática; Carlos Alberto Montaner, Unión Liberal Cubana; Eduardo Pérez, businessman; Oscar Peña, Comité Cubano pro Derechos Humanos; Jesús Permuy, Unidad Cubana; Diego Suárez, Cuban Liberty Council; Alina Fernández Revuelta, presentadora radial cubana, daughter of Fidel Castro; Zoé Valdés, Cuban novelist.

¡Kant en Bagdad!

TRIBUNA: ANDRÉ GLUCKSMAN

André Glucksmann es filósofo francés. Traducción de M. Luisa Rodríguez Tapia. © André Glucksmann, 2004.

EL PAÍS | Opinión - 14-02-2004

Pregunta. Señor filósofo, ¿por qué solicitó un visado para Bagdad?
Respuesta. Como sabe, los "grandes hombres" fallecidos residen eternamente en las Islas Bienaventuradas, y allí, a veces, se aburren. Con motivo del segundo centenario de mi muerte, tengo derecho a un año sabático. Es un placer regresar a la tierra para asistir, de forma anónima, a este extraño comienzo de milenio. Igual que les sucedía a mis colegas, los filósofos griegos, me encanta sentirme desorientado. Al fin y al cabo, ¿no es el asombro nuestro pecado original?
P. Pero ¿por qué aterrizar en Irak? No le conocía ese gusto por las situaciones conflictivas, la sangre y la muerte. ¿No prefieren los pensadores y los poetas las sociedades felices y pacíficas, el lujo y la serenidad? Un polemista francés dijo, a propósito de usted: "Kant, que pretendía ser "puro" e inmaculado, tenía las manos tan sucias que no tenía manos". ¿No le da miedo ensuciarse?
R. Desconfíe de lo que se dice, señor periodista. Al consagrarme como la gran conciencia alemana, mezclaron todo y me confundieron con mi ilustre predecesor, Leibniz, o con mis herederos infieles, Hegel y su alegre prole. Todos ellos son pensadores sistemáticos. Saben más que yo sobre la Providencia y la justicia divina. Juzgan el curso del mundo desde el punto de vista de la eternidad, pre o post histórica. Cómo me divertí, encaramado en mi nube, al oír a un pensador norteamericano, de origen japonés, que predicaba "el fin de la historia" cuando se hundiera el imperio soviético. Era una fantasía (Schwärmereï) prestada de Kojève, que, en 1937, creía firmemente que Stalin era ese final, esa magnífica culminación de la aventura humana. En 1806, Hegel, su maestro intelectual, había dicho ya lo mismo al creer que el final de la Historia lo representaba Napoleón sobre su caballo, pacificador de una Europa ilustrada por los siglos de los siglos. Siempre he sospechado de esos sueños de armonía. No olvide que mis obras más importantes se titulan Críticas. Son obras de combate. No se puede ser más claro: desde el segundo párrafo de mi prefacio a la Crítica de la razón pura, ya definía la metafísica como un campo de batalla ("Kampfplatz"), un "combate sin fines". Comprenda que, para mí, la condición humana es un puro "agôn" en el sentido griego, una lucha permanente consigo mismo, la batalla de una razón frágil que acepta el desafío de estupideces, entusiasmos y locuras.
P. No es la imagen que se tiene de usted. Un ensayista estadounidense, Kagan, acaba precisamente de reprocharle que encarna el espíritu pacifista, e incluso capitulador, de una vieja Europa que prefiere Venus a Marte, la voluptuosidad a la guerra.
R. Ahórrese las referencias analfabetas. Calificarme de epicúreo, apóstol del disfrute y el consumo: ¡qué osadía! Cualquier estudiante de primero que dijera una cosa tan absurda merecería un cero. Lo normal no es que me llamen libertino, sino más bien reprimido. Y también se equivoca en todo lo demás.
P. Sin embargo, también hay profesores alemanes, debidamente cualificados, que le colocan en el "campo de la paz": los participantes en las manifestaciones masivas que hubo en Alemania en la primavera de 2003 "habrían podido tomar prestados con facilidad sus lemas y sus argumentos de los escritos del pensador de Königsberg", escribió Der Spiegel en un artículo que pretendía ser serio y culto.
R. Otra vez, cómo me movilizan. En 1914, Thomas Mann me coronó como jefe de Estado Mayor del espíritu alemán, mientras que los franceses se referían a mí para librar "la guerra del derecho". Permítame que sus siniestras locuras me hagan sonreír.
P. Se está escabullendo. ¿Acaso no escribió Hacia la paz perpetua? ¿No asegura tener un espíritu "cosmopolita", que pretende resolver sin guerras los tratos entre naciones?
R. Decididamente, joven, su siglo ha perdido el gusto y el sentido de la ironía. ¡No olvide jamás que soy contemporáneo de Voltaire! Cuando titulé mi ensayo sobre política internacional, como dice usted, La paz perpetua, mencionaba en las primeras líneas el letrero de un hotel en el que se veía un cementerio, el único lugar que puede garantizar una "paz perpetua". Es una broma tomada del viejo Leibniz. La paz a cualquier precio, mal que les pese a los pacifistas, es la muerte. Atrévase a estudiarme con más detalle: no creo que mi lectura vuelva a nadie, si no hace trampas, incondicionalmente contrario a la guerra. Odio más el despotismo que una situación de guerra. Yo propuse una alianza de Estados "republicanos" (aunque fueran monarquías "constitucionales", como Inglaterra), es decir, Estados respetuosos de las libertades públicas. En cambio, siempre condené la "fusión de Estados" bajo la bota de un autócrata que garantizaba una paz despótica, esa paz de los cementerios "que reposa sobre la tumba de mi libertad".
P. ¿Prefiere el caos iraquí actual, con sus atentados, al orden de Sadam Husein y su paz llena de osarios?
R. Probablemente, pero lo decidiré después de haberme informado sobre el terreno. En las Islas Bienaventuradas no disponemos de televisión, y sus periódicos nos llegan con enorme retraso.
P. No olvide que se le considera un pensador moral y virtuoso, y nuestros pacifistas apelan a usted para expresar el horror que les inspiran los guerreros y su inevitable brutalidad.
R. Estos bienpensantes vuelven a leerme al revés. Soy yo, precisamente, quien escribió que "el hombre desea la concordia, pero la naturaleza sabe mejor que él lo que le conviene a su especie: ella quiere la discordia". Alabé "la insociable sociabilidad" de los hombres, que les vuelve celosos y rivales, porque les arranca de una indolencia nociva y les civiliza: "Sin estas cualidades de insociabilidad, poco simpáticas en sí, desde luego, pero de las que procede la resistencia que cada uno debe necesariamente encontrar contra sus pretensiones egoístas, todos los talentos permanecerían eternamente encerrados en sus gérmenes en medio de una existencia digna de pastores de la Arcadia, en el amor mutuo, la frugalidad y la concordia perfectas: los hombres, tan mansos como los corderos que pastorean, no otorgarían más valor a su existencia que a la de su rebaño; no colmarían el vacío de la creación".
Sus pacifistas se parecen a esos pastores de la Arcadia que eluden la condición humana en lugar de asumirla, y se merecen, en mi opinión, el nombre de "altermundialistas". Viven en otro mundo, como la paloma que cree volar más deprisa y más alto y, cuando desaparece la resistencia del aire, se detiene y se precipita, con las alas desplegadas, al vacío.P. ¿Le caen más en gracia los que invocan su autoridad para reclamar la Legitimidad Internacional de las Organizaciones Mundiales, con el fin de condenar sin remisión el intervencionismo "ilegal" y "arbitrario" de la coalición contra Sadam? ¿No es la ONU el hijo legítimo de su derecho "cosmopolita"?
R. Un hijo bastardo, en todo caso. Ya la impotente Sociedad de Naciones anterior a 1940 recibió escandalosamente el adjetivo de "kantiana". ¡Bis repetita non placent! Entre los dos centenares de Estados que forman su ONU, más de la mitad son autocráticos, despóticos y corruptos. No responden, en absoluto, a mi definición de Estado "republicano", lo que llaman ustedes "democrático". No importa qué adjetivo se les asigne, los Gobiernos controlados por una opinión pública son los únicos que me parecen dignos de formar una coalición para garantizar, en la medida de lo posible, la concordia internacional. Sin embargo, para incorporarse a la ONU, no se exigen ni la libertad de expresión, ni los derechos de las minorías, ni el respeto al individuo y el ciudadano. Esa asamblea planetaria no puede compararse con mi "federación de Estados republicanos". Su "comunidad atlántica" parece más próxima a mi proyecto: un conjunto de Estados democráticos y libres que excluyen el recurso a las armas entre ellos e intentan instaurar la paz a su alrededor, e incluso defenderla por medios militares. Berlín y París han roto esta solidaridad atlántica al invocar una supuesta legitimidad superior -el Consejo de Seguridad de la ONU-, pero yo no puedo servirles de aval. Su eje de la paz París-Berlín-Moscú-Pekín, en mi opinión, es una impostura, porque Moscú y Pekín tienen poco que ver con las normas "republicanas".
P. Antes de desearle una buena estancia en Bagdad, permítame, señor filósofo, una observación personal, no sobre sus ideas, sino sobre su tono. Da la impresión de que ha perdido esa calma distante que, según dicen, caracterizaba sus posturas. ¿No será que es otro quien habla por su boca? ¿Por qué esa agresividad? ¿De qué tiene miedo?
R. En mis tiempos, efectivamente, los debates decisivos eran más apagados, no eran, como dicen ustedes, "mediáticos"; el gran público no se interesaba por ellos, el pueblo se resignaba y suponía, como escribí, "que pensar no era asunto suyo". Desde entonces, después de varias guerras y revoluciones, los conflictos ideológicos han franqueado el muro de las universidades y han saltado a la plaza pública. "En el fondo, antes de nuestra época, no había actualidad", dijo Thomas Mann en plena guerra de 1914, al destacar que la manera de leer y, por tanto, de escribir se había transformado por completo. "Antes se leía con pasión, muchas veces, pero con una pasión más abstracta... Hoy, al leer, es posible sufrir convulsiones de odio y revuelta". Reconozca que mi tono, aunque es más agitado, todavía no llega a la convulsión.
P. Aun así, la universidad alemana le encontraría más tajante que de costumbre.
R. Lo que dice es que no encajo bien con mi caricatura. En París y Berlín, las cancillerías me atribuyen ideas que son todo lo contrario de lo que considero importante: la distinción entre la edad adulta de la Ilustración y la tutela oscurantista de los despotismos. El presunto "campo de la paz" prefería que Sadam Husein siguiera en su puesto, antes que ver traspasar las fronteras de Irak. Este principio de soberanía absoluta procede de mi adversario filosófico, Carl Schmitt. No de mí.
Schmitt decía que el Estado decide de forma soberana entre el Bien y el Mal, el Amigo y el Enemigo, lo Tolerable y lo Intolerable, y que ese dueño absoluto de las decisiones, que lo juzga todo, no puede ser juzgado por nada ni nadie. Así, por ejemplo, Carl Schmitt dio su aprobación a la toma del poder por parte de Mussolini y Hitler, y apuesto lo que sea a que Putin no es indiferente a los encantos de su "Estado totalitario". Schmitt no cree que haya crímenes contra la humanidad, sólo existen crímenes contra el Estado, definidos por el Estado. El juicio de Núremberg no se celebró por los crímenes nazis, sino que sólo fue, según Schmitt, una imposición arbitraria de los vencedores.
Afirmar, en nombre del respeto humano, que hay que interferir en los asuntos de un Estado asesino para detener una matanza o una escalada genocida, es proclamar -y yo estoy de acuerdo- que la libertad y la supervivencia de las poblaciones civiles importan más que la soberanía absoluta de los Estados. El derecho de injerencia constituye un pecado capital para los que defienden la capacidad de decisión del Estado como Carl Schmitt, pero es un deber ineludible (demasiadas veces olvidado) según su Declaración Universal de los Derechos Humanos, firmada en Ginebra en 1948.
P. Carl Schmitt ya no existe, usted está muerto, ¡concédale, desde su cielo estrellado, un alto el fuego académico!
R. Ni hablar. O él o yo. Europa duda ante esta elección: o se erige como polo, como potencia, y se apoya en una Rusia autocrática para oponerse a Estados Unidos, o la Unión Europea, a la que están incorporándose naciones con el recuerdo reciente del despotismo -y, por tanto, preocupadas por las libertades individuales-, trabaja en la construcción de un conjunto democrático mientras confía en que, un día, Rusia, Turquía y otros puedan respetar también las reglas del Estado de derecho. Ése es mi programa, Kant contra Carl Schmitt.

Chi tollerò Piazzale Loreto accetti la visita dentistica a Saddam

Riportiamo l'intervista di André Glucksmann sull'immagine di Saddam Hussein dopo il suo arresto, pubblicata sul Foglio di mercoledì 24 dicembre '03.

Parigi. “Chi, in Italia, non si è scandalizzato per la fine di Mussolini e l’esposizione del suo corpo a Piazzale Loreto non dovrebbe preoccuparsi troppo per le visite dentistiche di Saddam Hussein. Anche perché i crimini di Saddam sono infinitamente più terribili di quelli di Mussolini. Chi compiange Saddam Hussein e non ha un solo pensiero per le sue vittime, trasforma il boia in vittima. E’ il metodo che consente di dare una mano di bianco a ogni crimine contro l’umanità”. Il filosofo francese André Glucksmann non nasconde al Foglio il suo stupore per le prese di posizione di personaggi come il cardinal Raffaele Martino e Barbara Spinelli, editorialista della Stampa. Entrambi si sono proclamati offesi dall’uso delle immagini di Saddam dopo la cattura. “Trattato come una vacca cui si controllano i denti”, lo ha compianto Martino. “Umanità imbestialita dai modi dell’arresto e della successiva spettacolarizzazione”, “indicibile violenza”, ha tuonato la Spinelli. “La prima cosa da dire è che il violento è Saddam Hussein”, replica Glucksmann, “e che la sua cattura rappresenta una tripla vittoria dei diritti dell’uomo in Iraq. E’ una vittoria dell’uomo iracheno, prima di tutto. E’ una vittoria della pace, perché Saddam era comunque un pericolo, come dimostra la crudeltà verso il suo stesso popolo e verso i popoli vicini. Il terzo motivo di soddisfazione è che siamo entrati finalmente in un’era in cui i tiranni possono sempre meno contare sulla speranza di finire i loro giorni nel loro letto, nei loro palazzi. Grazie alla coalizione che ha condotto la guerra in Iraq, il nostro mondo tenta di rompere con il regime d’impunità accordato, nell’ultimo secolo, a Ubu e a tutti i suoi emuli”. Era certamente necessario mostrare al mondo il dittatore sanguinario ridotto all’impotenza, sia per rassicurare chi temeva la possibilità di un suo ritorno che per dissuadere i suoi sostenitori. Ecco perché tutte le discussioni su come e se farlo, secondo Glucksmann “denunciano una grande ipocrisia. Chi protesta dimentica di dire che non c’era altro modo di prenderlo che non fosse l’azione militare. Certo, immortalarlo con un cappello elegante e con la barba fatta sarebbe stato più gentile, ma un prigioniero è sempre un prigioniero, e una foto antropometrica è comunque una foto antropometrica. Fino a nuovo ordine, fotografare o riprendere prigionieri non è un crimine contro l’umanità. Come non lo è riprendere qualcuno dal dentista. Non so poi come immaginare la perfetta e rispettosa immagine, quella in grado di rassicurare tutti coloro che sembrano più colpiti dal modo in cui Saddam Hussein è stato ritratto che dai suoi crimini. La prima cosa che mi viene da rispondere a chi s’inalbera per quelle immagini è che la loro commozione è assai mal riposta. Negli stessi giorni della cattura di Saddam, in Ruanda è successo che degli hutu, già condannati per aver commesso atti di genocidio, hanno crocifisso, cioè hanno inchiodato come Cristo a una croce, alcuni sopravvissuti tutsi. Gli hutu erano da poco usciti di galera, su pressione della comunità internazionale”. Le fosse comuni? Non ricordo La vicenda dell’indignazione per le immagini di Saddam conferma Glucksmann nella sua idea che “i progressisti arabi siano assai meno bloccati e rigidi dei loro omologhi europei”, in sintonia col fatto che “le piazze europee si sono agitate molto più di quelle arabe contro la Casa Bianca”. Anche chi usa l’argomento del caos che tuttora imperverserebbe in Iraq, secondo Glucksmann ha la memoria corta: “Hanno già dimenticato le fosse comuni viste in televisione, di cui ogni giorno di più scopriamo il numero impressionante? Hanno dimenticato le innumerevoli sparizioni, deportazioni, mutilazioni e torture? C’è chi ancora vuole sostenere che Saddam fosse il male minore per il suo popolo. E’ falso. Saddam Hussein è stato, per l’Iraq, la più grande delle catastrofi”. Secondo Glucksmann è innegabile un rischio di revanscismo sunnita, “ma dobbiamo impegnarci a prevenirlo. E va registrato con soddisfazione, a questo proposito, il comportamento incoraggiante degli sciiti, che controllano la loro collera e non si abbandonano a vendette ed epurazioni”. Ma aggiunge: “Una volta dissipata la gioia per la cattura di Saddam Hussein, ho paura che una parte dell’Europa soccomberà di nuovo al suo demone favorito: cogliere in fallo gli Stati Uniti, in nome del sacrosanto principio di sovranità. Ma il diritto d’ingerenza in nome dei diritti umani, se è un peccato capitale agli occhi dei cultori della sovranità alla Carl Schmitt, è un dovere ineludibile secondo la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”.

El objetivo común de ETA y Al Qaida es matar la democracia

El filósofo André Glucksmann asegura que el 11-M «es una forma de dividir a los que tienen el placer de vivir, nosotros, de los que tienen el placer de matar, ellos»

Fue uno de los pocos franceses en afirmar que era más importante oponerse a Sadam Hussein que a Geroge W. Bush. El pensador francés Andre Glucksmann, que acaba de publicar en España su libro «Occidente contra Occcidente» (Taurus), asegura en esta entrevista a LA RAZÓN que la matanza del 11-M deriva del nihilismo, y no del Islam, como «una estrategia positiva de crueldad». Es el mal por el mal, afirma, la destrucción sinmás ideología que la destrucción.

Sus opiniones encienden la polémica con suma facilidad. Profesor de Filosofía, ex maoísta y crítico con el marxismo, autor de libros como «La estupidez: ideologías del posmodernismo» y «El undécimo mandamiento». La máquina de pensar del filósofo francés André Glucksmann (66 años) lleva más de tres décadas deshaciendo el nudo moral de la violencia, intentando desentrañar esos intrincados y secretos lazos que ahogaron Madrid el pasado miércoles. «Conmocionado» como todos por la violencia irracional del atentado múltiple, «nihilista» la define él, nadie podrá achacarle, sin embargo, no haber predicho las trágicas reverberaciones que provocaría el estruendo del 11-S, como hizo en su último libro, «Dostoievski en Manhattan».

-¿Dostoievski se ha mudado de Manhattan a Atocha?

-Sin ninguna duda, pero no lo digo yo. Es algo asumido por todos: lo ocurrido en los atentados de Madrid es el 11-S de Europa. Y verifica lo que escribí tras el horrible atentado de Nueva York. La nueva violencia nihilista supera el marco del Islam y, sobre todo, no tiene únicamente en su diana al enemigo americano, como pretendían algunos.

Sin fronteras

-¿Quiere decir que estamos todos amenazados por esta nueva violencia?

-Por desgracia, sí. Es el nuevo destino del planeta.

-¿Cambiaría su análisis el que se tratase de ETA o que fuese Al Qaida?

-Lo más terrible es que haya algo de común entre las dos hipótesis que se manejan. Que existan argumentos sobre la responsabilidad de ETA, y se encuentren otros que puedan explicar la autoría de Al Qaida demuestra que el terrorismo nihilista no tiene fronteras, ni ideológicas ni políticas. Su único denominador común es matar la democracia sea como sea. Al margen de que luego la policía determine quién es el culpable, filosófica y socialmente es inquietante que puedan ser tanto unos como otros.

-¿Cómo interpreta la reacción de la sociedad española?

-Los españoles han reaccionado ejemplarmente después de la matanza. Deben expresar lo que han sentido, porque la exteriorización del pensamiento sucede a la de los sentimientos y ya habrá tiempo para ella.

-Los neoyorquinos mostraron su solidaridad con las víctimas de diferentes maneras, pero no hubo manifestaciones organizadas en todo el país, como anteayer en España. ¿Estas iniciativas masivas de la sociedad permiten exorcizar mejor el mal de la violencia?

-Creo que sí, porque es toda la sociedad quien se siente atacada, aunque el número de víctimas sea limitado. Es una forma de dividir a los que tienen el placer de vivir, nosotros, de los que tienen el placer de matar, ellos.

-¿Ha entrado el mundo en un periodo de ruptura con el siglo XXI?

-Si algo caracteriza lo que bien podríamos denominar un «nuevo mundo» es un fenómeno desconocido y planetario: el terrorismo sin fronteras. Durante la guerra de Vietnam, los comunistas aterrorizaban, ergo practicaban el terrorismo, a su propia población, pero no ponían bombas en los Estados Unidos. George W. Bush lo explicó como un «eje del mal», aunque se equivocó en el concepto, porque no se trata de un eje sino de una red. Pakistán, mayoritariamente musulmán, ha reconocido que vendió tecnología atómica a un régimen estalinista como Corea del Norte, a otro chií como Irán y a Libia. ¿Qué tienen en común todos estos países?

-¿Qué otros rasgos definen este nuevo terrorismo?

-El terrorismo es la actividad amenazante de un hombre armado frente a otro hombre desarmado. Poco importa que sea de parte de unos clandestinos como ETA, o de un ejército, como las tropas rusas en Chechenia, que matan indiscriminadamente a la población civil, mujeres y niños, o asolan ciudades como Grozni, de una manera que no había visto Europa desde Hitler en Varsovia.

Resistencia

-¿Qué armas de defensa le quedan a una sociedad?

-En ocasiones, tendrá que ser policiales, en otras, militares (como las invasiones de Afganistán y de Iraq), pero lo esencial de la batalla está en las cabezas de todos los ciudadanos. Que expresen claramente que no se dejarán aterrorizar. La lucha de las mujeres iraníes o afganas que se niegan a que su religión las aterrorice también puede ser calificada de lucha antiterrorista.

-Perdone una pregunta algo simple para terminar la entrevista, ¿el mal tiene límites?

-En todas las sociedades a lo largo de la Historia se ha enseñado a la gente a limitar la violencia, a que no se puede matar a quien sea y como sea. Las cosas han cambiado. Hoy, dos tercios del planeta están tan desestructurados que en ellos hay gente capaz de matar por una casa, una mujer o sólo por placer. Un amigo, el escritor alemán Hans Christophe Buch, estuvo hace poco en Liberia. Hablaba con un chaval de trece años, líder de una banda, y le preguntó: «¿No tienes miedo de matar a tu hermana o a tu madre?» «Why not?» (¿Por qué no?) fue la respuesta.

Russian roulette

Andre Glucksmann/Die Welt

My dreams? For the brave people, naive people, cunning people, who consider themselves even more cunning than the reality, in a word, all Westerners altogether to abandon their Russian dream. To open their eyes and to stop imagining Russia they want to see on the basis of their utopias and calculations. To finally see what we have in reality and what, in particular, raises serious questions and sometimes — deep concerns. Liberals and opponents of globalization, atlantistes and Americanophobes, most political activists, commentators and professional politicians — all of them seem to be mesmerized by Putin. George W. Bush looked deeply into his eyes and drowned in them. Berlusconi clears him of accusations of unleashing the massacre, tortures, destruction of Chechen towns — all that are mere «rumors», he asserts. Chirac admits the KGB man to "the peace camp" — makes him a participant of the axis Paris-Berlin-Moscow, — unrolls red carpets before the murderer and tells stories that Moscow gallops towards «the first line of democracies."

Personal charm of the first man in Moscow plays the most insignificant role. Over three centuries western elites have been intoxicated and calmed by Russia’s miracle. Being a captive of its own inventions, the miracle progresses from one fiasco to another. Peter the Great had hardly congratulated Leibniz and invited him to his palaces when the French Academy began weaving a garland of a «Tsar-innovator» for him. Paris salons did not lag behind, in particular, Voltaire, who, regardless of the past, began glorifying the tsar who had killed his father and tortured to death his favorite heir. Only Diderot found time and strength to visit «Northern Semiramis» and concluded that the empire of Catherine the Great had rotten because of stick and serfdom before becoming mature. During the following century citizens and bourgeois fell into reveries. Paris invested into miraculous «Russian securities," as a result of which pockets became empty even quicker. In the 20th century the whole world crooned a sinister song, first of all engaged intellectuals, activists of all levels. Damned of the land and deceived by the sky they sacrificed their human senses, their courage, their morality, and first of all many millions of human lives for the sake of "the sun rising in the East," whereas the most prudent, reasonable and possessed people fell into one and the same trap. Being not ashamed, the admirable «Uncle Jo» swallowed half of the Stalinist Europe in Yalta.

Hardly the wall fell and the Soviet empire collapsed, the western madness reappeared again. Taking everything on trust, the Kremlin’s heirs were indulged, as well the «Family» and mafia clans pillaging Russia’s economy and turning to their profit the embryonic democracy which was too fragile to resist. Having closed the eyes, the strong of our world showered the alternating Kremlin teams with compliments and loans. The World Bank and the International Monetary Fund spoke out against corrupted states, but that was only an appearance. In reality a double standard was applied. Countries having no strategic importance, such as Kenya, were deprived of any financial assistance due to corruption, then Russia, where corruption reached the top levels, received money constantly. When the International Monetary Fund was made to face the reality — billions of dollars it granted to Russia appeared on bank accounts in Cyprus or Switzerland several days later — it pretended the dollars were of different origin. Some people ironically noted that the IMF could have facilitated their life making direct transfers to Cyprus or Switzerland. (Nobel Prize winner Joseph Stiglitz writes about it in his book «La grande Desillusion»).

We shall not think that Putin, a new strong man, has cleaned Yeltsin’s Augean stables. During four years of his rule, having less and less limits of his power, he has just managed to redistribute privileges between great scoundrels. Gusinsky, Berezovsky, Khodorkovsky — the heads of oligarchs fall, but the distribution continues. New hunters appear at this eternal feast of clans, in this motley and therefore dangerous capitalist-Stalinist quagmire, and they are joined by corrupted state bodies and police. Doped by high oil prices, new Russian misters live on lavish profits from oil business whereas most people are doomed to an eternal post-Communist poverty and has only the right to drop eyes and to praise masters. And the dreaming West has already exalted the new Saudi Arabia — this one is more reliable than the old one, it can have control over energy resources from the Caucasus to Siberia and to maintain security and stability.

New Eurasian Eldorado arouses the boldest dreams. For many years already Prodi and his Brussels Commission have been trying to persuade businessmen to invest into Siberian deposits and construction of pipelines. So far private companies have been reluctant and tried to clarify all possible risks, make everything clear. Official Europe has stuck to its line. Human rights, freedom of speech, arbitrary decrees, unpredictable struggles for power in corridors of the Kremlin are of little significance. Everything for transformations of European outskirts! Towards partnership in the field of power engineering, nuclear sphere, strategic partnership! The Duma has already made the decision — the German nuclear industry saluted, and «the greens» approved. Disturbing nuclear wastes are no longer a reason for demonstrations attracting public attention, no one storms nuclear waste trains, there are no hysteric scenes on the German-French border, disgusting nuclear wastes are stocked behind the Urals, heavily guarded, we can hope, by the efficient police state. Safety obliges! Our health demands it, Russian children can freeze!

No sentiments. Promising neocolonialism gives zest to these dreams: underdeveloped backyards are going to supply natural resources which they have in abundance, to consume European goods and join the European zone. Germany is going to take its Drang Nach Osten, but in the sphere of economics. France is going to imagine a completion of Napoleon’s military campaign, and the Western Europe is likely to peacefully annex countries of the third world in its East. There would be enough obedience for reasons of commercial competition. Slick Chirac accompanies Putin to his plane, Berlusconi opens the doors of his villas to Putin, Bush receives him at his ranch, Blair — with the Queen, Schroeder — on vacations. Volodya takes a good note of that and believes everything is permitted. The dreaming West has crowned him a tsar.

Why shall we show concern? Under the stick of a modern enlightened despot Russians are again promised quick transformations. A law-abiding state and personal freedoms will appear later, as usual, some time later. On the left, inalterable progressivism. On the right, liberal economy. All assert that the development is unique and sooner or later any society is going to appear among leading democratic countries. Such optimism resembles the 19th century, «the belle epoch," the happy time when people believed that development of railroad networks and exchange from the one side, and progress in solidarity and education from the other side, would automatically lead all to peace and prosperity. As a result: two world wars, two totalitarian states, several fascist countries, genocide, Oswiecem, Kolyma…

Neither experience nor facts seem to trouble Europe falling asleep. It is going to Cythere of the Urals again.

Will we finally wake up, or no? Troops robbing civilians in Chechnya, raping and killing, turn into normal citizens not at once. A population duped by 70 years of communism and disappointed by subsequent shortcomings get stuck in a paralyzing despair. An elite which grew up in the conditions of totalitarianism with no guides risks the danger of nihilism pierced with limits and taboos. There are two ways out from the Soviet system: the way of Havel and the way of Milosevic. A difficult way, with numerous obstacles, i.e. — gradual democratization. And another, a short, militarist way causing concerns, if not the way of terrorism and restoration of authoritarianism. If secret services, army and representatives of nomenclature share the Kremlin among them, then any Milosevic can take everything under control.

Every time the West puts a reckless stake on the Russian miracle, it stumbles and appears in a black hole. Even if we only imagine it in a delirium, a dream of reason gives birth to monsters. Giving a carte-blanche to Kremlin’s rulers Europe is approaching an abyss to the creation of which it contributes. Not everything is lost, but our political leaders take a wrong direction.

Let’s oppose another dream to it. I dream about a different Russia. Not about Russia from the Peter the Great to Putin with numerous tsars and communist leaders. The ruling cast deprives the West of the only power instrument and gives up a law-abiding state, as well as humanistic rules of the game, which help taking the authority under control somehow. A "dictatorship of law," which is not controlled by public opinion and free mass media, generates a society dominated by corruption, private and public mafias, spirit of "spetsnaz," depressions and voluntary servitude of the majority, which Solzhenitsyn called «the psychology of submission» and Anna Politkovskaya — «Russia’s dishonor."

I dream about Russia which attaches civilization and civility to its modernization, human rights, European and then universal. I dream about Russia which is always possible, which was almost established by the beginning of the 20th century. Literature, music, dances, theater, painting, mathematics, linguistics, philosophy, enlightenment of St. Petersburg, Odessa and Moscow illuminated the whole continent. If not for the WWI and the catastrophic Bolshevist revolution, in the 20th century Europe might have declared itself culturally Russian to become even more glorious. That Russia of enlightenment, arts and human rights, the heritage of Pushkin, Lermontov, Chekhov, Tolstoy and Dostoyevsky… can still be seen under the scab of the renovated autocracy. Here, in the West, we shall cultivate and protect this unachieved hope. Dream against dream. We are at the crossroads.

André contro il pacisfismo «nichilista» ed «impotente»

Esce in Italia Occidente contro Occidente, pamphlet del filosofo e polemista francese Glucksmann. Argomenti (non tutti convincenti) «per chi è rimasto al 10 settembre 2001».

Personalmente, accolgo con immensa gratitudine ogni piccolo contributo di ragione che arresti l’insopportabile mainstream editoriale di questi mesi, caratterizzato da un inarrestabile antiamericanismo - il più ottuso, livido e fanatico che sia dato immaginare.

Se il conformismo delle maggioranze è generalmente fastidioso, quello delle minoranze è addirittura esiziale, perché associa alla debolezza, e alla prevedibilità degli argomenti, anche un accanito compiacimento di sé, e un’irriducibile pretesa di autoevidenza (la peggior nemica - come noto - di qualsivoglia retta argomentazione).

Tengo sempre a mente l’assennata legge di Murphy: «Un buono slogan (o un pessimo pamphlet, aggiungerei buttando un occhio agli scaffali) può bloccare l’analisi per quarant’anni».

Ben vengano dunque gli André Glucksmann: uomini d’intelletto che provano a tessere il filo di un ragionamento meno facile e scorbutico, e meno corrivo agli stereotipi di certe nicchie editoriali radical, ma infinitamente più lineare, più fertile e più capace d’analisi. Qualità che dovrebbe definire – senza tanti fronzoli e messianismi – il compito di un’intellettuale.

Occidente contro Occidente (pubblicato da Lindau) è un libello sulla guerra in Iraq, e soprattutto sulla geopolitica del ‘dopo 11 settembre’. L’autore - un intellettuale francese poco noto da questa parte delle Alpi - vi condensa alcune riflessioni, in tensione tra un rifiuto della vulgata pacifista di matrice new-global, e un atteggiamento pur sempre critico e mai subalterno verso la dottrina dei Wolfy-boys neoconservatori.
Tertium datur? Vediamo un po’…

Gli argomenti espressi da Glucksmann possono in sostanza ridursi a tre.

Argomento 1. Guerra vs. pace: un falso dilemma. L’alternativa non si pone tra un mondo in pace e un mondo in guerra. Crogiolarsi nell’utopia del non intervento, quando occorre usare la forza, segnala solo il rifiuto dell’assunzione di responsabilità.
La cultura del pacifismo ad oltranza, secondo Glucksmann, è figlia del nichilismo di chi non vuole rinunciare alla quiete del proprio privilegio, e dell’impotenza di chi ha dimenticato l’antico monito di Pascal: qualunque giustizia, senza una forza adeguata, è imbelle.

Argomento 2. L’Onu dei sogni. Nelle parole di chi si è opposto alla guerra in Iraq, l’intervento dell’Onu ha finito secondo Glucksmann per travalicare il proprio status: da opzione politica, diplomatica, militare, è divenuto una specie di dogma.
Glucksmann ricorda in proposito alcune semplici verità: che l’Onu è un’Istituzione storicamente nata per mantenere equilibri in un mondo bipolare (quello della Guerra Fredda), e che i suoi meccanismi di funzionamento (si pensi al Consiglio di Sicurezza e al sistema dei veti) sono stati concepiti per garantire lo stallo mondiale e la non-interferenza reciproca all’interno dei singoli blocchi, piuttosto che per agevolare l’adozione di interventi efficaci in uno scenario multilaterale.
Glucksmann ricorda inoltre alcuni casi emblematici in cui si rivelò tutta l’impotenza delle forze Onu (si pensi al conflitto nella ex-Jugoslavia), e casi in cui l’impiego di forze d’interposizione fu intenzionalmente impedito (Rwanda), con esiti apocalittici.

Argomento 3. La geopolitica di George Bush. Perché Bush ha invaso l’Iraq? Glucksmann allarga la prospettiva dall’obiettivo militare dell’intervento (la conquista di Baghdad), a quello geo-politico: la destabilizzazione dei disegni di egemonia pan-araba elaborati - con sfumature diverse e tra loro collidenti - dai Baathisti iracheni, dagli Ayatollah iraniani e dai terroristi di Al Qaeda.
Il conseguimento di un simile obiettivo, nevralgico per la difesa delle libertà democratiche su scala planetaria, è stato realizzato – sempre secondo Glucksmann - colpendo l’anello più debole (l’Iraq), nel momento opportuno, con costi e conseguenze obiettivamente accettabili. La veloce comparazione tra il conflitto iracheno e quello combattuto dai russi in Cecenia, segna indubbiamente un punto a favore del polemista francese.

Limiti. Il limite principale e più evidente del libro di Glucksmann è invece nella sua mancanza di aggiornamento (sarebbe bastata un’appendice, che so, una postfazione).
Scritto poco dopo la conclusione del conflitto iracheno, cioè prima della recrudescenza di attentati e atti ostili scatenati nelle città liberate, prima dei fatti di Spagna e durante l’effimera ripresa del dialogo isaelo-palestinese (erano i giorni della road-map e della tregua bilaterale), Occidente contro Occidente prescinde per forza di cose dagli avvenimenti più recenti, che avrebbero costituito un banco di prova molto duro - e proprio per questo necessario – delle proprie tesi geopolitiche. Enfatizzare l’efficacia e la risolutiva brevità delle operazioni militari svolte dagli anglo-americani, o ancora minimizzare le conseguenze determinate dal conflitto sullo scacchiere mediorientale (giunto nel frattempo in una fase di escalation quasi irreversibile) è oggi naturalmente molto più difficile. Non impossibile, intendiamoci: ma neppure semplice come potrebbe apparire leggendo un libro vecchio di un anno.
Il secondo limite è nella traduzione scombiccherata di Giorgia Bongiorno, che punisce un testo plausibilmente brillante, trasformandolo in una litania disgustosa. Come ascoltare un assolo di pianoforte con una radio dalle pile scariche. Detto per inciso, sarebbe il caso che gli editori la piantassero di straziare in questo modo i propri titoli.

Dubbi. La lettura di Glucksmann lascia almeno due dubbi.
Un primo punto di cedimento sta nell’estromissione del fattore-petrolio dal novero degli obiettivi geopolitici di Gorge W. Bush.
Certo, sarebbe una forzatura voler ridurre la guerra in Iraq ad un’operazione di accesso, brutalmente diretto e ‘semplificato’, ai giacimenti controllati da Saddam. La questione è più complessa, naturalmente, e ha un respiro strategico molto più ampio. Ma l’espunzione del petrolio dal carniere degli obiettivi dell’amministrazione Bush (al punto che nel libro la parola ‘petrolio’ non ricorre nemmeno una volta) suona davvero poco onesta.
Altro ‘non sequitur’, il legame che unirebbe l’intervento militare alla lotta contro il terrorismo. Un legame - coi ‘se’ e i ‘ma’ del caso - tutto da dimostrare.
Un conto è riconoscersi nella sostanza degli argomenti 1, 2 e 3 addotti da Glucksmann. Un altro lasciarsi fuorviare da rudimentali giochi retorici.
Tra individui dotati di ragione e discernimento, è possibile parlare con franchezza: l’obiettivo di Bush era l’estensione del controllo geopolitico americano sull’arco di crisi arabo. Punto. La guerra al terrorismo, in questo contesto, è un mero obiettivo di contorno, qualcosa a mezza via tra un pretesto e un (gradito) beneficio secondario. Ripartiamo di lì: senza grotteschi furori antiamericani, ma senza neppure voler fare a tutti i costi la figura degli ingenui.

Lorenzo Lasagna

Il coraggio di guardare in faccia l’odio.

Avanti, brava gente che tappezzate i vostri balconi di belle bandiere arcobaleno, spiegateci con sufficienza che la colpa è di Berlusconi, Blair e Bush. Non è evidente? Senza intervento occidentale in Iraq, nessun rogo a Falluja. Saddam sarebbe ancora sul suo trono . Senza occidentali in Iraq, gli stranieri potrebbero vendere in pace camion e cannoni mentre le pile di cadaveri crescerebbero di nuovo alla media calcolata su 20 anni di 300/400 morti al giorno. Spoglie irachene, naturalmente: le trovate più sopportabili perché autoctone, o sublimi antirazzisti? Ieri la barbarie calava dalle alte sfere locali e insanguinava 25 milioni di iracheni. Oggi, risorge tra gli ambienti sunniti inquadrati e diretti dalla passata nomenklatura. Dall’inizio alla fine, questa efferatezza resta abominevole, porta il segno di un Saddam o di un Bin Laden, l’uno privo di scrupoli quanto l’altro.
Avete mai sentito parlare di guerre di religione? Non portano la responsabilità di Blair. E Guernica? Berlusconi non c’entra nulla. E le fosse Ardeatine, credete di potervi scorgere la mano nascosta della Cia o dei neocon? Vi prego: osate, per un istante, guardare in faccia l’odio e il fanatismo per come l’eternità li riproduce, uguali a se stessi. Dimenticate per un momento le vostre sacrosante baruffe da campanile, perché non hanno voce in capitolo: Prodi o Berlusconi sono zuppa o pan bagnato per i linciatori del Medio Oriente. Mentre voi brandite i vostri deliziosi striscioni intitolati «pace», quelli concludono la loro festa a colpi di vanga e di pietre sui corpi incendiati

ANDRE’ GLUCKSMANN, Corriere della Sera

The World of Megaterrorism

Mad is the European who thinks himself immune to terror for having opposed Saddam's overthrow.

BY ANDRE GLUCKSMANN
Sunday, March 21, 2004 12:01 a.m. EST

PARIS--Read carefully the statement that claimed responsibility for the Madrid massacres. Al Qaeda puts everyone, from the Crusaders to the Jews, all countries who sent troops not just to Iraq but to Afghanistan as well, in their gun sights. In other words, all of Europe--Berlin and Paris, no less than Rome, London or Warsaw. France merits special condemnation for its ban on the Islamic veil in public schools.

Mad is the European who thinks himself immune for having opposed Saddam Hussein's overthrow. No accommodation provides insurance against attack. No public building, no train platform, no sidewalk is spared by the Islamist butchers. "Death train," "death's black smoke," "the wind of death," the bleak metaphors fly over the borders in the name of al Qaeda. The bombs in Madrid, they say, are the "answers to the crimes you have committed worldwide . . . in Iraq and in Afghanistan."

In manipulating the Spanish election, terrorism proclaims its gospel and applies it in practice. The perfect timing of March 11 is the monstrous example. Little does it matter that the 201 dead and the 1,500 wounded were working-class people, most likely opposed to an intervention in Iraq--as were some 90% of the Spanish. The "human material" has no value for the terrorists who prove the strength of their convictions and the power of their weapons with the murder of the disarmed, whoever they may be and whatever they may think, whether believers or not. It was an encore, as everyone said: On this March 11, 2004, Europe lived its own September 11, the horror of Manhattan all over again.

Except this time the assassins can proclaim they have won. It took them three days to sway popular opinion. The Popular Party of Jose María Aznar, the expected winner, got trounced. "Punished!" they said. But by whom? What's the point of political campaigns, meetings, reports, programs and debates if within a few hours, the bombing of packed train cars can reverse the result? This final landslide, which no polls had predicted, is entirely due to the Atocha station catastrophe and the terror it spread. How could the terrorists not assume that they are the decision-makers, and that terrorism is now stronger than democracy? If the Socialists brought to govern Spain keep their pledge (made before the massacre) to withdraw from Iraq, they will confirm the killers' innermost conviction: Crime pays--and the greater the horror, the more efficiently.
"But of course not," object the wishful thinkers, Mr. Aznar lost because his alliance with George W. Bush was unpopular. Nonsense! The alliance was just as unpopular three days before the elections, but the Popular Party was still favored then, and his opponents did not hope to win back many "antiwar votes." Without the bombs, without the bloodbath, the shouts of "Aznar assassin" would have sounded ludicrous. But Madrid's ground zero panicked the minds and awoke the demagogues, ready to invert responsibility. Were there not already weak minds--Lenin's "useful idiots"--who eagerly claimed that Mr. Bush and the CIA had planned the fall of the Twin Towers?

With hundreds of dead, more than a thousand wounded and the threat of another imminent terrorist attack, Mr. Aznar did not see, know and understand everything within 24 hours. Should a head of government be blamed for not being God? Should he be imagined plotting a Machiavellian scheme to cheat his people without cheating himself, as some kind of extra-lucid devil pulling the strings of a conspiracy as huge as it would be absurd? Stop this delirium.

One rule, one and only one firm rule must impose itself on Europe after this tragedy. In the event of another electoral hijacking, voting must be immediately postponed. The governed and the governing must both be given the time to recover their right minds. They must be able to assess and address the horror, its antecedents and its consequences; cool down before undertaking an informed vote. Let a people abruptly thrown in the abysses of hell maintain the suspense for a fortnight or two, so that it can exercise its sovereign power with sovereignty!

Right at the moment, fearing to confront the true culprit, a virtual culprit was caught in Spain. Mr. Aznar replaced Osama bin Laden. A magic trick--an exercise in exorcism. With no grip on the true mastermind, some voters find imaginary guilt and decide to symbolically kill through the ballots their own head of government. Illusionists arise to face the blackmailers, a consoling witchcraft dreams of itself as a worldwide antiterrorist operation. In front of the candles lighted for the victims, banners cursed the demons: In small case the Basque terrorists "ETA," then "bin Laden," in bigger letters "Bush," while the huge letters spelled "Aznar." The world is upside down.

"Not in the least," object the sincere or the false naïfs: The conservative government destroyed itself by hiding the truth and pointing to ETA instead of al Qaeda. What a miserable alibi. As soon as the news broke, every single Spaniard--backed by 20 years of bloody memories--including the Socialist winner Jose Luis Rodriguez Zapatero, and even a majority of Basques, were inclined to follow the ETA trail. Within 48 hours, the police, the intelligence services, the press and the ministers rectified their initial assumptions. As they were going to the ballot, the voters had heard of everything that was known, and Spanish democracy and its institutions had worked.

But some of the protesters were still waving around the lie of a "state lie;" and numerous voters, perfectly well informed, changed their minds and chose to bow down without regrets to the blackmail of their fellow citizens' assassins. A minute of silence, followed by a night of rejoicing for the electoral winners. What a short memory. Al Qaeda--oh sorry! "the Arab resistance," to use the words of the spokesman of Batasouna/ETA--has waged its elections campaign with corpses, and the ballot box has granted its diktat. Whether we like it or not: "Welcome to the world of megaterrorism!"

Time has come for decisions. Either Europe unifies to resist the engineers of the apocalypse, following Tony Blair. Or it poses as an opponent of the United States, following the pseudo-"camp of peace" led by Jacques Chirac, Vladimir Putin and the hesitating Gerhard Schroeder. The "viva la muerte" chanted by the Islamist legions vindicates Tony Blair. But the terror they spread, petrifying European citizens, threatens to lead to resignation after resignation.
Rome, Paris, Athens, Warsaw, Berlin . . .? Don't ask who's next! "Never ask for whom the bell tolls, it tolls for thee." Hemingway the anti-Francoist was quoting John Donne, an 18th century poet. Bin Laden's mercenaries take their inspiration from the Spanish fascist Millán Astray: "You want life, we want death." Will Mr. Zapatero find the voice of Miguel de Unamuno, the independent thinker of Salamanca who denounced the fascist general's "cry of necrophilia," and stand up to today's nihilist killers? It is never too late to prevent a disaster.

Mr. Glucksmann is the author, most recently, of "Ouest Contre Ouest" (West Against West), published in Paris last year by Plon.